Le riforme e la forma di governo di Mauro Volpi

Il prof. Mauro Volpi

di Mauro Volpi 

 

III SEMINARIO A.I.C. – “I COSTITUZIONALISTI E LE RIFORME”, Università di Bologna, 11 giugno 2015

 

  1. Premessa

 

Tre sono le questioni che ritengo debbano essere al centro della nostra riflessione. Il primo punto sul quale occorre pronunciarsi è se le riforme avranno o meno un’incidenza sulla forma di governo. Ovviamente, mentre la riforma elettorale è già divenuta legge, la n. 52/2015, quella costituzionale è ancora in itinere e quindi si tratterà di vedere se sarà approvata nella sua versione attuale o e verrà modificata, ma comunque difficilmente si tratterà di modifiche significative in quanto il Senato potrà solo intervenire sulle parti emendate dalla Camera, a meno che (ma pare fortemente improbabile) non si intenda ricominciare il procedimento di revisione dall’inizio. Non possiamo quindi fare altro che basarci sul testo approvato dalla Camera il 10 marzo 2015. In secondo luogo, qualora si ritenga che le riforme incidano sui rapporti fra Parlamento e Governo, occorre chiedersi se influenzeranno solo il funzionamento della forma di governo parlamentare disegnata dalla Costituzione o determineranno un cambiamento della forma di governo. Infine, se si propende per la seconda ipotesi, ci si deve interrogare sulle caratteristiche che la “nuova” forma di governo verrebbe ad assumere.

 

 

  1. Cenni su caratteristiche ed evoluzione della forma di governo in Italia

 

In via preliminare mi pare indispensabile precisare in modo sintetico il mio punto di vista sulle caratteristiche della forma di governo stabilita nella Costituzione e sulla sua evoluzione più recente. Condivido l’opinione, sostenuta da importanti costituzionalisti, che non si tratti di una forma di governo parlamentare pura o classica, ma atipica o corretta [1]. Le atipicità e le correzioni si traducono in altrettante limitazioni alla “sovranità del Parlamento” nel quadro di una concezione che si propone di realizzare un equilibrio fra i poteri costituzionali. Basti pensare al ruolo non meramente notarile, ma significativo del Presidente della Repubblica, alla Corte Costituzionale, alle potestà normative primarie del Governo, alla potestà legislativa delle Regioni, al referendum abrogativo. Ciò detto, non vi è dubbio che la razionalizzazione del parlamentarismo risulta debole, non contemplando, se non in misura limitata, significativi “dispositivi idonei a tutelare le esigenze di stabilità dell’azione di governo” (secondo quanto previsto dall’o.d.g. Perassi) e quindi assuma un ruolo centrale l’insieme dei limiti e delle garanzie stabiliti nei confronti del potere della maggioranza, anche se va ricordato che gli istituti di garanzia sono stati attuati con grandissimo ritardo. È evidente che in questo quadro il funzionamento concreto della forma di governo era destinati ad essere notevolmente influenzato dalle caratteristiche assunte dal sistema dei partiti.

Qual è stato il concreto funzionamento della forma di governo parlamentare? Fino all’inizio degli anni ’90 è stato di tipo non maggioritario o non stabilizzato[2], e quindi caratterizzato da maggioranze e governi di coalizione instabili, da un ruolo più di mediazione che di direzione del Presidente del Consiglio, dall’assenza dell’alternanza al Governo. Ritengo questa definizione preferibile rispetto a quella di forma di governo parlamentare consociativa o consensuale, termini che danno una visione parziale e quindi distorta della sua natura, in quanto assolutizzano solo alcune fasi della sua evoluzione sottovalutandone altre caratterizzate da una forte conflittualità. Non ritengo neppure che si possa qualificare la forma di governo come assembleare, sia per i ricordati limiti costituzionali alla “sovranità” del Parlamento, sia perché si è verificata una debolezza reciproca e del Parlamento e del Governo, che ha fatto parlare di “Parlamento velleitario” e “Governo evanescente”[3]. Inoltre non sono mancati interventi normativi indirizzati a garantire la strutturazione interna del Governo, come la legge n. 400/1988, e un suo ruolo più significativo in Parlamento (vedi le varie modificazioni dei regolamenti parlamentari succedutesi dagli anni ’80 in poi).

Il drastico cambiamento del sistema politico, verificatosi all’inizio degli anni ’90, non ha determinato un funzionamento di tipo maggioritario, fondato su un sistema dei partiti bipolare, analogo a quello di altri ordinamenti parlamentari. Infatti si è trattato di un bipolarismo anomalo e muscolare, basato su maggioranze eterogenee, che non ha realizzato, se non in misura limitata e comunque in modo insoddisfacente, gli obiettivi che si proponeva[4]. L’insoddisfacente funzionamento del raccordo Parlamento – Governo ha prodotto il susseguirsi di fasi nelle quali il Presidente della Repubblica ha svolto un ruolo più attivistico nella soluzione delle crisi, nella formazione dei governi e nel sostegno a singole politiche governative e altre, come quella attuale, caratterizzate dalla preminenza del Presidente del Consiglio. La debolezza, più politica che istituzionale, delle maggioranze, anche numericamente molto ampie, e l’adesione a impostazioni decisioniste hanno determinato il ricorso crescente alle potestà normative del Governo, alla questione di fiducia e agli istituti previsti nei regolamenti parlamentari, applicati in base ad un’interpretazione fortemente filo-governativa (com’è avvenuto da ultimo nell’iter della due riforme). Si è venuta quindi a determinare una tensione tra un funzionamento di fatto non presidenziale, ma presidenzialistico della forma di governo, in quanto fondato su un crescente squilibrio fra poteri, e le previsioni costituzionali relative alla forma di governo parlamentare.

 

 

  1. Il cambiamento della forma di governo

 

Se si adottasse una impostazione formalistica, si potrebbe dubitare che le riforme in atto possano avere un’incidenza sulla forma di governo. Infatti non vengono modificati (se non per quanto attiene al rapporto di fiducia con la sola Camera dei deputati) gli artt. 92-95 Cost., relativi al procedimento di formazione del Governo, né l’art. 88 sullo scioglimento (che riguarda ormai la sola Camera). Dal punto di vista formale vi è quindi una notevole differenza con i precedenti tentativi che intervenivano apertamente sulla natura della forma di governo. Basti pensare al “semipresidenzialismo all’italiana”, proposto dalla commissione D’Alema, e al “premierato assoluto”[5], contenuto nella riforma approvata dalle Camere nel 2005 e poi bocciata dal referendum del 2006. Anche il tentativo di riformare la seconda parte della Costituzione avviato dal governo Letta faceva espresso riferimento alla forma di governo. Già nelle dichiarazioni programmatiche di fronte alla Camera dei deputati del 29 aprile 2013 il Presidente del Consiglio sosteneva la necessità di un rafforzamento della “investitura popolare dell’esecutivo” e una riforma della forma di governo che assumesse anche “scelte coraggiose, rifiutando piccole misure cosmetiche e respingendo i pregiudizi del passato”. Nella Commissione per le riforme costituzionali, istituita dal Governo, la questione veniva discussa apertamente e venivano prospettate due soluzioni opposte: una forma di governo parlamentare razionalizzata e il semipresidenzialismo alla francese; emergeva poi l’ipotesi di una “forma di governo parlamentare del Primo ministro”, la cui natura restava indefinita, in quanto rimanevano aperte due questioni essenziali: l’elezione popolare o meno del Primo ministro e l’estensione della sua potestà di richiedere lo scioglimento della Camera.

Tuttavia l’opinione che le riforme attuali non avrebbero alcuna incidenza sulla forma di governo sarebbe sbagliata per due ragioni. Innanzitutto nel d.d.l. costituzionale vi sono disposizioni che riguardano senza alcun dubbio i rapporti tra Parlamento e Governo. Vi rientra il voto a data fissa sui disegni di legge di iniziativa governativa. Tale disposizione, anche se più circoscritta nel testo approvato dalla Camera rispetto a quello varato dal Senato, attribuirebbe al Governo, che avrebbe grazie alla legge elettorale la maggioranza più che assoluta dei seggi alla Camera, il potere di imporre il voto su una sua proposta senza una adeguata discussione parlamentare, costituzionalizzando l’assoluto predominio governativo nell’esercizio della funzione legislativa che si è andato realizzando in via di fatto. Cosa ben diversa sarebbe la previsione condivisibile che riconoscesse il potere del Governo di stabilire le priorità nella programmazione dei lavori parlamentari e nella fissazione dell’o.d.g., al quale dovrebbe corrispondere l’attribuzione, costituzionalmente sancita, di spazi certi alle opposizioni per la presentazione e la discussione delle proprie proposte. Al più sul voto a data fissa, che è previsto tra le grandi democrazie solo in Francia, dove però può riguardare solo la legge finanziaria e la legge di finanziamento della sicurezza sociale, ci si dovrebbe limitare a prevedere che il Governo possa dichiarare prioritari un numero assai limitato di disegni di legge, indicato nei Regolamenti parlamentari, essenziali per l’attuazione del suo programma e, con il consenso del Parlamento, chiederne la sottoposizione al voto entro tempi certi, fissati di volta in volta a seconda della complessità del testo. Più in generale non potrà non incidere sui rapporti fra poteri il nuovo assetto del bicameralismo che farebbe della Camera (almeno in via teorica) l’unico ramo politico del Parlamento, comunque l’unico legato al rapporto di fiducia con il Governo. Il Senato verrebbe ridimensionato notevolmente dal punto di vista numerico, e quindi si ridurrebbe la sua incidenza sulle competenze attribuite al Parlamento in seduta comune, e, a parte le leggi bicamerali, svolgerebbe un ruolo secondario nell’esercizio della funzione legislativa.

In secondo luogo il d.d.l. costituzionale va valutato nel combinato disposto con la legge n. 52/2015, la quale introduce un inedito sistema elettorale teoricamente proporzionale, ma con correttivi ipermaggioritari, che devono garantire la certezza dell’attribuzione della maggioranza più che assoluta dei seggi ad un solo partito e attribuiscono al “capo” della forza politica più forte (anche se di minoranza), una legittimazione popolare che appare evidente soprattutto nel turno di ballottaggio.  A tal proposito all’interno della Commissione per le riforme costituzionali del 2013 Cheli e Onida avevano manifestato il loro disaccordo su un sistema elettorale che prevedesse “un premio di maggioranza tale da rendere sempre possibile al partito vincitore di governare da solo” e avevano sottolineato che il ballottaggio fra le due forze più votate al primo turno si sarebbe configurato “come uno scontro essenzialmente personale fra i leaders delle due forze”, non coerente con la “logica del parlamentarismo razionalizzato”.

Se si ritiene che le riforme incideranno sulla forma di governo, si deve rispondere all’ulteriore interrogativo: si resterebbe comunque nell’ambito di una forma di governo parlamentare, corretta in senso maggioritario, o se ne fuoriuscirebbe? A mio parere verrebbero ad essere intaccati due capisaldi della forma di governo parlamentare. Il primo è stato formulato da Leopoldo Elia: “si può parlare di governo parlamentare solo quando la titolarità del potere esecutivo sia concepita come un’emanazione permanente (mediante il rapporto fiduciario) del o dei collegi titolari del potere legislativo”[6]. Questa qualità è già stata messa in discussione negli ultimi venti anni da chi ha sostenuto che di fatto Governo e Presidente del Consiglio erano eletti dal popolo. Si è trattato di un mito che è stato smentito anche dalla prassi e in particolare dalla formazione degli ultimi tre governi, il primo e il terzo dei quali presieduti da un non parlamentare, mentre il secondo con un Presidente del Consiglio che non era il leader di una coalizione elettorale. Ma la riforma elettorale introduce rispetto al passato una novità essenziale: la trasformazione di una probabilità in una certezza. In passato l’indicazione politica emergente dalle elezioni del futuro Presidente del Consiglio richiedeva che egli fosse il leader riconosciuto della coalizione risultata maggioritaria in entrambe le Camere e che questa fosse compatta nel proporre il suo nome al Capo dello Stato; inoltre il suo mantenimento alla guida del Governo era possibile solo con il consenso della maggioranza. Perciò, anche se con forzature discutibili, come l’inserimento del nome del leader all’interno del simbolo delle due coalizioni alle elezioni del 2001 e l’indicazione preelettorale del “candidato unico” della coalizione prevista dalla legge n. 270/2005, non veniva messa in discussione la derivazione parlamentare del Governo. Al contrario con la nuova legge elettorale vi è la certezza che il capo di un unico partito sia collocato alla testa del Governo come conseguenza obbligata del voto popolare, imposta artificialmente dal premio di maggioranza. Ciò metterebbe in discussione la derivazione parlamentare del Governo e del suo vertice, in quanto il voto di fiducia si trasformerebbe sempre e comunque in un rito dall’esito scontato. Inoltre verrebbero ad essere depotenziati i poteri del Capo dello Stato, il quale sarebbe tenuto a nominare la persona indicata come “capo della forza politica” che si candida a governare (su questo l’Italicum ripropone la formula utilizzata nel Porcellum, la quale però faceva riferimento anche alla coalizione). Vi è altresì da dubitare che il Presidente della Repubblica potrebbe esercitare una qualche moral suasion sulla scelta dei Ministri. Infine il Presidente del Consiglio potrebbe imporre a suo piacimento lo scioglimento anticipato della Camera, in quanto non si vede come il Capo dello Stato potrebbe opporsi ad una richiesta proveniente dal capo indiscusso del partito di maggioranza e quindi della maggioranza parlamentare.

Il secondo caposaldo della forma di governo parlamentare è la sua flessibilità, che consente, anche nelle forme di governo parlamentari maggioritarie, di sostituire il Primo ministro ed eventualmente anche il Governo nel corso della legislatura senza fare ricorso necessariamente ad un nuovo voto popolare[7]. Con le riforme “italiche” il leader plebiscitato dal voto sarebbe assai difficilmente sostituibile, senza bisogno di alcuna clausola “antiribaltone”, come quella assurda contenuta nella riforma costituzionale approvata nel 2005. La previsione di cento capilista bloccati, e quindi scelti dal vertice del partito, che possono candidarsi in dieci collegi, e pertanto decidere con la propria opzione un notevole numero di primi non eletti con le preferenze e la presenza di quasi novanta deputati eletti grazie al premio di maggioranza (con ogni probabilità al secondo turno nel quale emergerebbe la persona del candidato alla guida del Governo), irrigidirebbero la designazione del Presidente del Consiglio, rendendone quasi impossibile la sostituzione. Questo esito sarebbe rafforzato dallo stato “gassoso” più che liquido che caratterizza oggi i partiti politici[8], i quali sarebbero vieppiù ridotti a comitati elettorali di un leader che decide da solo la “linea” per poi farla avallare dagli organismi dirigenti.

Non è un caso che il cambiamento della forma di governo come effetto delle riforme sia stato apertamente rivendicato da Roberto D’Alimonte, uno dei massimi artefici dell’Italicum, secondo il quale verrebbe ad essere esteso a livello nazionale il “modello italiano di governo” già praticato a livello regionale e locale e fondato “su elezione diretta del capo dell’esecutivo e sistemi elettorali con premio di maggioranza”[9]. Più cautamente Tommaso Frosini ha sostenuto che grazie all’Italicum si darebbe vita ad un “premierato” che invererebbe finalmente una “democrazia di investitura”, nella quale “il cittadino possa designare o investire…per il tramite del voto il Governo”, secondo quanto avverrebbe nei maggiori sistemi parlamentari europei[10]. Si avrebbe quindi una forma di governo “neoparlamentare”, nella quale il Presidente del Consiglio sarebbe “non investito da un voto elettorale, ma designato sulla base del voto elettorale”. Ora, termini come democrazia di investitura e neoparlamentarismo fanno esattamente riferimento all’investitura popolare non potenziale, ma di diritto, o secondo alcuni anche di fatto[11], del Primo ministro. Si tratta quindi di un modello diverso da quello esistente negli altri ordinamenti parlamentari europei, nei quali il corpo elettorale è chiamato a votare per il Parlamento e la probabilità che dalle elezioni del Parlamento emerga la persona che diverrà Primo ministro dipende dalla natura bipartitica o bipolare del sistema politico e dal verificarsi di condizioni, come la conquista della maggioranza dei seggi da parte di un partito o di una coalizione che abbia una chiara leadership.

 

 

  1. Il metodo del cambiamento.

 

Il cambiamento della forma di governo pone una seria questione di metodo. Infatti un obiettivo di tale portata dovrebbe essere perseguito mediante una revisione costituzionale e non imposto surrettiziamente a partire dalla approvazione della legge elettorale. In questo modo non vengono presi in seria considerazione né gli equilibri fra i poteri costituzionali né i necessari contrappesi al potere della maggioranza (artificiale).

Tale questione non è presa adeguatamente in considerazione neppure nel d.d.l. costituzionale. Non costituisce un valido contrappeso un Senato, composto per quasi tre quarti da consiglieri regionali eletti in base a leggi ultramaggioritarie, che, anche in considerazione del calo della partecipazione popolare alle ultime elezioni, rappresenteranno una minoranza del corpo elettorale, e titolare di un indeterminato potere di “valutazione delle politiche pubbliche”. Altrettanto si può dire per la previsione di uno “statuto delle opposizioni”, che viene interamente rinviato al regolamento della Camera, senza che siano stabilite precise linee di indirizzo e senza l’attribuzione a minoranze qualificate di significativi poteri di controllo, come l’istituzione di commissioni di inchiesta e l’impugnazione preventiva di una legge alla Corte Costituzionale (con l’unica eccezione della legge elettorale, eccezione spiegabile più per una ragione politico-pratica che per esigenze sistemiche). Infine neppure gli istituti di partecipazione popolare vengono significativamente irrobustiti, visto che la garanzia della discussione e della deliberazione delle proposte di legge di iniziativa popolare è interamente demandata in quanto a forme e limiti ai regolamenti parlamentari e le nuove ipotesi di referendum propositivo e di indirizzo sono rinviate a future leggi, una costituzionale e una ordinaria, cioè in buona sostanza alla disponibilità del partito di minoranza più forte che alla Camera controllerà la maggioranza più che assoluta dei seggi.

 

 

  1. Una forma di governo non presidenziale, ma presidenzialistica.

 

Nel merito quale forma di governo scaturirebbe dalla riforme? Certamente non quella presidenziale, fondata sull’elezione popolare separata di Presidente e Parlamento, sull’inesistenza del rapporto di fiducia e del potere di scioglimento e sulla previsione di cheks and balances che impediscono ad uno dei due poteri di prevalere nettamente sull’altro. Nulla di tutto questo è rintracciabile nelle riforme italiane.

È altrettanto discutibile che verrebbe ad essere inverato il modello Westminster, definito da alcuni come “neoparlamentare”, nonostante che in esso non vi sia né l’elezione popolare del Primo ministro né la regola del “simulsimul”. A leggere qualche intervento recente[12], si ha la sensazione che la “madre” del modello, il Regno Unito, sarebbe una democrazia nella quale non esistono contrappesi significativi al potere del Governo e del Primo ministro. Ma è proprio così? Intanto perfino il plurality, che tra i sistemi elettorali maggioritari è il più distorsivo, è in grado di garantire con certezza l’esistenza nella Camera dei Comuni di una maggioranza assoluta monopartitica, come dimostra il governo di coalizione che è stato in carica tra il 2010 e il 2015. Tale esperienza ha lasciato alcune tracce importanti, come il Fixed-term Parliament Act del 2011, che ha sottratto al Primo ministro il potere di scioglimento della Camera o, se si vuole, ha subordinato la possibilità di farvi ricorso ad un’utilizzazione impropria della questione di fiducia che richiederebbe comunque il consenso della maggioranza parlamentare. La verità è che il bipartitismo, che nel Regno Unito si è consolidato molto prima dell’adozione del plurality e che in Italia si vorrebbe imporre per legge in un contesto politico il cui assetto tripolare è stato confermato dalle recenti elezioni regionali, comincia a mostrare segnali di crisi attestati dal calo dei consensi ottenuti dai due maggiori partiti negli ultimi due decenni. E quanto ai contrappesi, basti ricordare lo statuto della opposizione, che, pur nel quadro del riconoscimento di importanti poteri al Governo in Parlamento per l’attuazione del suo programma, riconosce alla opposizione e ai singoli parlamentari spazi e tempi garantiti per la presentazione e la discussione delle proprie proposte[13]. Inoltre un ruolo determinante è svolto dal partito di maggioranza, che al pari del maggior partito di opposizione continua ad essere strutturato e ad avere un forte radicamento sociale, del quale il Primo ministro deve conservare la fiducia e dal quale può essere sostituito nel corso della legislatura senza scioglimento della Camera (come è avvenuto per sei volte dopo la seconda guerra mondiale). Infine va ricordata la crescita dei casi di “ribellione” parlamentare alle direttive del Governo, che hanno riguardato non solo questioni di tipo etico, ma anche scelte politiche di primaria importanza, come la decisione di Blair di intervenire in Irak nel 2003 e l’intenzione manifestata da Cameron di intervenire in Siria nel 2013.

In realtà le riforme aprono le porte all’incognito, ad una forma di governo che potrebbe ben essere definita “italica”, non avendo né parentele né affinità con quelle praticate nelle maggiori democrazie. Si tratterebbe comunque di una forma di governo a connotazione presidenzialistica che favorirebbe una torsione plebiscitaria e decisionista della nostra democrazia. Ad essere investito dal corpo elettorale sarebbe un leader, alla testa di un partito poco strutturato e posto al suo servizio, che potrebbe manifestare forti pulsioni populistiche e ademocratiche, il che sarebbe coerente con una impostazione politico-culturale che propugna una verticalizzazione del rapporto tra “capo” del Governo e cittadini ridimensionando il ruolo dei corpi intermedi (partiti, sindacati e Parlamento). Inoltre verrebbero ad essere ulteriormente indeboliti i quorum costituzionali di garanzia, stabiliti in un quadro di riferimento proporzionalista e già intaccati dalle precedenti riforme elettorali a prevalenza maggioritaria o apertamente ipermaggioritarie.

 

 

  1. Per una razionalizzazione della forma di governo parlamentare.

 

Resto dell’opinione che, nell’attuale quadro politico-istituzionale, sarebbe preferibile non correre avventure, ma puntare ad una seria razionalizzazione della forma di governo parlamentare, adottando istituti, che hanno ben operato in altri ordinamenti, volti a rafforzare la stabilità del Governo e a garantire l’attuazione del suo programma, ma anche indirizzati a rivalutare il ruolo della rappresentanza, riconoscendole anche adeguati poteri di controllo, come quelli riconosciuti in altri Paesi democratici ad una  minoranza qualificata dei parlamentari. Infine gli istituti di partecipazione popolare vanno rinvigoriti e anche rinnovati con previsioni costituzionali che ne precisino la forza e gli effetti. Una forma di governo parlamentare razionalizzata sarebbe non solo più corrispondente all’esigenza di rispettare gli equilibri di una democrazia costituzionale, ma anche più funzionale all’obiettivo di una ricostruzione della politica e di una rappresentanza non distaccata dai cittadini.

Nel 2003 Leopoldo Elia, richiamando la sua nota distinzione tra democrazia di investitura e democrazia di indirizzo, affermava che si stava correndo il rischio “di risolvere tutta la dinamica costituzionale in questa democrazia di investitura in cui il popolo, e più di preciso il corpo degli elettori, giovandosi delle leggi elettorali vigenti, designa come Presidente del Consiglio una certa persona con una larga maggioranza di parlamentari. E questo dà luogo ad una situazione pericolosa perché non è bilanciata da una partecipazione tale che garantisca quella democrazia di indirizzo con l’intervento sul piano del programma, sul piano degli obiettivi e sul piano dei limiti dei poteri”[14]. Mi pare che oggi quel rischio sia pienamente attuale.

 

*Ordinario di Diritto pubblico comparato nella Università degli Studi di Perugia.

[1] Per la prima definizione v. P. Barile, E. Cheli, S. Grassi, Istituzioni di Diritto Pubblico, Padova, VIII ed., 1998, 105 ss.; per la seconda E. Cheli, La forma di governo italiana nella prospettiva storica, in Rass. Parl., 1998, 291 ss.

[2] Per il primo concetto rinvio a M.Volpi, Libertà e autorità. La classificazione delle forme di Stato e delle forme di governo, Torino, V ed., 2013, 145-147; per il secondo a J.C. Colliard, Les régimes parlementaires, Paris, 1978, 278 ss.

[3] Cfr. C. Chimenti, Noi e gli altri. Compendio di diritto Costituzionale italiano e di elementi comparativi. I. L’ordinamento italiano, Torino, 2000, 83.

[4] Sul punto rinvio ai contributi contenuti in M. Volpi (a cura di), Istituzioni e sistema politico in Italia: bilancio di un ventennio, Bologna, 2015.

[5] Secondo l’espressione coniata da L. Elia, Il premierato assoluto, relazione al Seminario ASTRID del 22 settembre 2003, in Id., La Costituzione aggredita. Forma di governo e devolution al tempo della destra, Bologna, 2005, 61 ss.

[6] Cfr. L. Elia, Governo (forme di), in Enc. Dir., XIX, Milano, 1970, 642.

[7] Su tale caratteristica del parlamentarismo ha costantemente insistito G. Sartori; vedi Opposizione e oppositori, in F. Bassanini (a cura di), Costituzione una riforma sbagliata, 272; Populismo costituzionale, in Corriere della Sera, 9 settembre 2010; Ingegneria costituzionale comparata, Bologna, VI ed., 2013, 130-131.

[8] Utilizzo qui un’espressione coniata per il PD, ma applicabile a maggior ragione agli altri partiti, in una intervista di M. Cacciari, Il modello Renzi è un partito gassoso, ridotto a una pura corrente di opinione, in la Repubblica, 2 giugno 2015.

[9] Cfr. R. D’Alimonte, Con il premio alla lista governi più coesi, in Il Sole 24 Ore, 28 gennaio 2015. L’opinione di D’Alimonte è stata avallata dal Presidente del Consiglio, il quale ha dichiarato che il modello di governo al quale si ispira è quello “di una giunta che funziona con un forte potere di indirizzo del sindaco”, in Renzi: ecco l’Italia che sogno, intervista a L’Espresso, 4 marzo 2015.

[10] Cfr. T.E. Frosini, Rappresentanza+Governabilità=Italicum, testo dell’audizione presso la Commissione affari costituzionali della Camera dei deputati, 15 aprile 2015, in www.confronticostituzionali.eu,12 maggio 2015.

[11] Tra i sostenitori di tale tesi vi è lo stesso Frosini, il quale distingue le forme di governo tra quelle “a legittimazione diretta e indiretta”, a seconda che il Governo sia designato in pratica dal corpo elettorale o dal Parlamento; cfr. Forme di governo e partecipazione popolare, Torino, II ed. 2006, 3ss.

[12] Vedi in particolare A. Barbera, Traccia per l’Audizione sulla legge elettorale, Camera dei deputati, 13 aprile 2015, in https://stefanoceccanti.wordpress.com.

[13] Richiamo sul punto l’ottimo studio di V. Casamassima, L’opposizione in Parlamento. Le esperienze britannica e italiana a confronto, Torino, 2013.

[14] Cfr. L. Elia, La forma di governo, Relazione nella giornata di studio sulle riforme istituzionali, Gruppi parlamentari della Margherita, 12 maggio 2003, in Id., La Costituzione aggredita. Forma di governo e devolution al tempo della destra, Bologna, 2005, 33.