La riforma sostanzialmente non muta i costi della politica

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Un mantra ripetuto dai sostenitori della riforma costituzionale è che ci sarà un netto abbattimento dei costi, per via della riduzione del numero dei senatori e dell’eliminazione delle indennità di carica. Non è così.

Quanto costa il Senato?

Le spese per il Senato ammontano, attualmente, a circa 540 milioni di euro. Nel 2015 questa istituzione ha gravato sul bilancio complessivo dello Stato per una percentuale dello 0,064%, con un rapporto di 1:1.568.

Quanto pesa la spesa per le indennità dei senatori in carica?

Dal bilancio pubblicato sul sito del Senato risulta chiaramente che la spesa per le indennità dei senatori, (pari a circa 42 milioni di euro, ossia meno del 10% del totale), è solo una piccola frazione del costo complessivo dell’Istituzione. Rimarrebbero invariati, invece, i costi legati alla diaria (attualmente pari a circa 37 milioni di euro) comprensiva delle spese di viaggio e di permanenza a Roma, nonché quelli più rilevanti, legati alle pensioni di ex senatori ed ex dipendenti (ben
233 milioni di euro), agli immobili, ai servizi e, soprattutto, al personale.
Nulla di ciò verrebbe eliminato con la riforma del Senato. Anzi: una delle disposizioni finali della riforma, allo scopo
dichiarato di rendere più efficiente la gestione delle due Camere, istituisce un ruolo unico dei dipendenti del Parlamento. Si costituzionalizza, così, questa figura di funzionario statale, con il rischio di sottrarla definitivamente alle manovre di risparmio che interessano tutti gli altri dipendenti pubblici (spending review, blocco del turn over e degli scatti stipendiali, tagli delle pensioni, etc.).

Perché non diminuire anche il numero dei deputati?

Se la logica è quella del risparmio, perché non ridurre sia i senatori che i deputati?
Nel tempo sono stati avanzati diversi progetti di riforma che proponevano di ridurre il numero dei membri di entrambe le Camere. Un progetto avanzato dal PD nel 2008 prevedeva 400 deputati e 200 senatori e avrebbe portato il rapporto tra rappresentanti e cittadini a 1 parlamentare ogni 100mila abitanti.

I nostri parlamentari sono tanti?

Nella graduatoria degli Stati con il maggior numero di parlamentari per abitante, l’Italia si colloca al 22° posto sui 27 Paesi considerati. Gli Stati di dimensione comparabile presentano valori analoghi: in Italia ci sono 1,6 parlamentari ogni 100mila abitanti; in Francia 1,4 e in Spagna 1,3. Hanno invece una posizione particolare il Regno Unito (2,4 parlamentari ogni 100mila abitanti) e la Germania (0,8 parlamentari ogni 100mila abitanti).
Al di là dei numeri – che come si è visto sono assolutamente nella norma – la discussione sul numero adeguatodi parlamentari dovrebbe essere preceduta da una seria riflessione sulla rappresentanza: chi o che cosa si vuole rappresentare? Come? Per esercitare quali competenze? Le critiche al numero attuale di rappresentanti, invece, sembrano esclusivamente fondarsi su un diffuso sentimento antiparlamentare, senza una logica costruttiva.
Invero, se la funzione del Senato deve essere – come si dice – quella di tutelare le competenze regionali edi rappresentare le istanze degli enti regionali (e non direttamente l’elettorato della Regione), allora il numero dei suoi componenti si può ridurre ulteriormente, alterando il rapporto popolazione/rappresentanti, (ad esempio assegnando un numero fisso e uguale di delegati ad ogni ente territoriale, a prescindere dalla sua consistenza demografica, come avviene negli Stati Uniti).
La riforma, però, non sposa questa logica. Riduce soltanto il numero dei senatori, i quali, come si è visto, non rappresenteranno la Regione da cui provengono, ma le forze politiche che li hanno selezionati e riprodurranno, dentro al Senato, la composizione partitica dei Consigli regionali, senza nemmeno essere vincolati (come avviene in Germania col vincolo di mandato) alle direttive della propria Regione.

L’esempio delle Province: abolire tutto per non abolire niente

La retorica sull’inutilità del Senato e sul taglio dei costi della politica era già emersa in occasione della riforma delle Province, sfociata nella legge 56 del 2014 (c.d. legge Delrio). Essa prevede il trasferimento delle funzioni delle Province alle Regioni e ai Comuni, nonché la soppressione dell’elettività diretta delle cariche provinciali, sostituita da una elezione di secondo grado da parte dei sindaci e dei consiglieri comunali compresi nella Provincia stessa.
Ad un anno dalla sua entrata in vigore, la relazione della Corte dei Conti al Parlamento disegna un quadro piuttosto negativo: le Province continuano, in sostanza, a fare quel che facevano prima della riforma; i servizi erogati non sono infatti venuti meno con l’abolizione dell’elettività diretta degli organi. Nè i costi si sono ridotti: il personale non è infatti scomparso, ma è stato trasferito ad altre pubbliche amministrazioni.
A fronte, dunque, di un modesto risparmio realizzato sullo stipendio dei componenti degli organi Provinciali, i cittadini hanno pagato il prezzo altissimo di perdere il potere di scegliere direttamente chi deve gestire i loro servizi e il loro territorio.

E quanto costa il Governo?

La critica sui costi della politica si concentra sempre sulle istituzioni parlamentari, mentre trascura di rivolgere la stessa indagine sul Governo.
Eppure i numeri dovrebbero fare riflettere sul rischio di “elefantiasi” che investe questa Istituzione. Il Governo Renzi, ad esempio, si compone di 64 membri tra Ministri, viceministri e sottosegretari: quasi una terza Camera. Quanto ai costi, i Ministeri spendono sempre di più. A titolo esemplificativo, le spese del solo Segretariato generale di Palazzo Chigi sono lievitate, nel 2014, fino alla cifra di 754 milioni di euro, molto più del Senato attuale (540 milioni).

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