La riforma rende verticistica la forma di governo

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Il Parlamento, nella tradizione parlamentare democratica, è il luogo della rappresentanza, là dove l’intero popolo è rappresentato. È il luogo del confronto pubblico e trasparente, mentre il Governo è, soprattutto, il luogo dell’attuazione dell’indirizzo elaborato nel dibattito parlamentare. Se il Governo gode della fiducia del Parlamento significa che è sostenuto dalla maggioranza dei rappresentanti dei cittadini, e dunque, almeno in astratto, dalla maggioranza del popolo. È solo in questo che trova la legittimazione per governare e, se necessario, per imporre sacrifici al Paese.

La combinazione della riforma con l’Italicum:

  • trasformerebbe la forma di governo in senso verticistico, consegnando alla falsa maggioranza creata dal premio molti dei pesi e contrappesi esistenti e distorcendo il legame di rappresentanza che lega i cittadini agli eletti;
  • porterebbe verso una “democrazia d’investitura”, in cui la stabilità e la forza delle istituzioni sono subordinate alla compattezza del partito ed al carisma dell’uomo al comando, invece che all’esercizio di una cittadinanza attiva ed alla qualità del confronto delle forze politico – sociali in Parlamento.

Gli effetti:

  1. La distorsione della rappresentanza
    L’Italicum attribuisce un premio di maggioranza, pari al 54% dei seggi alla Camera, alla lista (cioè al partito) che raggiunga almeno il 40% dei voti al primo turno. Questo crea una forbice artificiale tra voti (40%) e seggi (54%) e permette ad un solo gruppo politico di diventare dominante. A causa della frammentazione del panorama politico, poi, è molto probabile che i partiti e movimenti che si classificano ai primi due posti al primo turno abbiano ottenuto basse percentuali di voti (il 20%, il 15%, addirittura il 10%).
    Con il ballottaggio, essi comunque accedono al secondo turno e ottengono il premio, a prescindere dalla percentuale di elettori che partecipano al voto. In questo caso la distorsione della rappresentanza può diventare molto elevata, risolvendosi in un’intollerabile violazione del principio di eguaglianza del voto.
    In definitiva, un solo partito con pochi consensi reali nel Paese potrebbe avere in Parlamento una maggioranza blindata, mentre tutti gli altri soggetti politici, che pure assommano nel totale maggiori consensi, dovrebbero dividersi i seggi rimanenti.
  2. Lo strapotere di una minoranza
    La riforma costituzionale prevede poi che questa maggioranza (fittizia) di eletti – che rappresenta una minoranza di elettori – voti la fiducia al Governo e faccia le leggi ordinarie. Non solo. Con ben 340 seggi alla Camera potrà anche:

    • influenzare l’approvazione delle riforme costituzionali;
    • dichiarare lo stato di guerra (spetta alla sola Camera e sono sufficienti 316 voti, cioè la maggioranza assoluta dei membri);
    • decidere su amnistia e indulto (spetta alla Camera e servono 80 voti in più di quelli assicurati dal premio);
    • derogare alle competenze regionali in nome dell’interesse nazionale;
    • imporre alla Camera una votazione a data certa su un proprio disegno di legge;
    • decidere i regolamenti parlamentari;
    • precisare il contenuto dello statuto delle opposizioni, che dovrebbe tutelare le minoranze parlamentari ma – come ogni altro regolamento parlamentare – è destinato ad essere approvato a maggioranza assoluta;
    • condizionare l’elezione degli organi di garanzia, quali il Presidente della Repubblica, i membri del Consiglio Superiore della Magistratura e i giudici della Corte costituzionale.
  3. Lo squilibrio tra le Camere
    È sproporzionato che la Camera più numerosa (630 membri) ed eletta direttamente dai cittadini possa scegliere solo 3 giudici della Corte costituzionale, mentre ad un Senato di soli 100 membri (per di più ad elezione indiretta, tramite i Consigli regionali) ne spettino ben 2.
    È inoltre singolare che l’elezione di un organo costituzionale non territoriale, quale la Consulta, avvenga da parte di un organo, il Senato, che dovrebbe rappresentare le istituzioni territoriali. E per di più, con il concorso di cinque voti dei senatori scelti dal Presidente della Repubblica.
  4. Lo squilibrio tra Governo e Parlamento
    L’Italicum prevede che ciascuna forza politica indichi preventivamente il nome del proprio leader, candidandolo di fatto al ruolo di Presidente del Consiglio. Così, se si arrivasse al ballottaggio, il capo della forza politica vincente finirebbe per ricevere una sorta di investitura diretta, anche se a votarlo fosse una parte minoritaria del totale degli elettori.
    Nei fatti siamo di fronte all’elezione diretta del Presidente del Consiglio.
    Ciò crea un forte squilibrio di legittimazione tra il Primo Ministro e il Parlamento e attribuisce al potere Esecutivo una posizione di supremazia rispetto al legislativo.
    Inoltre, l’indicazione preventiva del capo della forza politica rappresenta un limite oggettivo alle prerogative del Presidente della Repubblica, il quale dovrà necessariamente dare l’incarico di formare il Governo al «capo» della lista che ha vinto. Ne verrebbe compromesso il suo ruolo di controllo e di garanzia nonché la sua estraneità all’indirizzo politico di Governo o di maggioranza.
  5. Un plebiscito per il leader
    Sostanzialmente, ciò su cui saranno chiamati a pronunciarsi gli elettori sarà la formazione del Governo. L’elezione dei parlamentari sarà solo una conseguenza dell’investitura politica del Governo, nonostante la forma di governo resti – almeno formalmente – parlamentare. La competizione elettorale verrà totalmente sradicata dalle circoscrizioni elettorali locali e si svolgerà necessariamente come una competizione tra i leader:
    la scelta reale avverrà tra i Renzi, i Grillo, i Berlusconi, i Salvini, etc.
    Trasformare il voto in un plebiscito per il capo annulla la legittimazione politica dei parlamentari e spezza il meccanismo fondamentale della rappresentatività, del rapporto con gli elettori, la funzione delle organizzazioni intermedie e dei territori.
  6. L’accentramento del potere all’interno dei partiti politici
    Le minoranze interne ai partiti, le cui sorti sono già parzialmente compromesse dalla regola dei capilista bloccati, saranno indotte a uniformarsi sempre più agli indirizzi del «capo», vero motore politico del sistema, in quanto titolare di un rapporto diretto e privilegiato con gli elettori.
    La carriera dei singoli parlamentari non dipenderà dal giudizio che gli elettori daranno su di loro, ma dal giudizio sul leader, per cui dal giorno dopo l’elezione, in una Camera con maggioranza assoluta assicurata, essi saranno in cerca di un soggetto che garantisca loro la rielezione (a conferma di quanto è già avvenuto negli ultimi due anni e mezzo: 325 migrazioni di gruppo parlamentare in poco più di due anni e mezzo, per un totale di 246 parlamentari coinvolti) e saranno fedeli al leader finché sarà popolare.
    Così – si dice – si permette la governabilità. In realtà, è quando l’investitura è solo nella leadership che il Paese è ingovernabile; i parlamentari, infatti, non sono solo espressione di consenso, ma anche agenti di costruzione del consenso, e giustificano quanto si decide in modo mediato tra le varie posizioni.
  7. Da Repubblica dei partiti a Repubblica d’un partito
    L’asimmetria nella legittimazione del Presidente del Consiglio rispetto ai parlamentari determina un’alterazione negli equilibri tra Governo e Parlamento, tutta in favore del primo.
    Ne risulta un modello di democrazia maggioritaria, nel quale chi vince prende tutto e chi perde ha soltanto un semplice diritto di parola, ma non può incidere in alcun modo sulle scelte che riguardano la vita del Paese, sia nelle sedi parlamentari sia in quelle di partito.
    Di fatto muta la forma di governo. Invece di essere soltanto “primus inter pares“, come lo vuole la Costituzione del 1947, il Presidente del Consiglio diviene il vertice esponenziale del Governo, dotato di legittimazione propria e di poteri non adeguatamente controbilanciati. Il Premier dominerà pertanto la Camera dei deputati senza che gli si possa opporre alcun potenziale contro – potere: né esterno, essendo il Senato ormai irrilevante, né interno, stante l’indebolimento delle commissioni d’inchiesta e la mancanza di inchieste di minoranza.
  8. L’uomo solo al comando
    Ci troveremo di fronte ad una Repubblica del Premier in cui un solo partito (neppure più una coalizione) si “porta a casa” la maggioranza del Parlamento che, così, diviene ostaggio del potere esecutivo. Insomma, un uomo solo al comando, quello che Leopoldo Elia aveva definito come “premierato assoluto”.
    E’ la realizzazione di un disegno che è stato per decenni il senso dell’ideologia della “Seconda Repubblica”, un’ideologia elaborata a partire dalla fine del centrismo democristiano, passata attraverso il progetto di Grande Riforma di Bettino Craxi e rilanciata dal governo Berlusconi. Un’ideologia fondata sulla governabilità a tutti i costi, sul decisionismo del leader, condotta da un numero ristretto di politici, finalizzata a correggere il metodo parlamentare della concertazione tra partiti. Retta, infine, su una cittadinanza, apatica.

Il desiderio di un padrone

«… c’è un motivo di fondo che ritorna: la voglia del “padre” o del “padrone”, di “qualcuno”, insomma, che decide per tutti senza trovare ostacoli e col suo potere aggiusta sempre le cose.
Una tendenza antica di secoli, indice delle tradizioni despotiche italiane, risorgenti dalle viscere sociali» Così diceva Gaetano Arangio – Ruiz, a fine Ottocento, parlando del potere personale di Crispi e contrapponendolo al sistema parlamentare: «quello che contraddice alle forme di Governo esclusivo, è in antagonismo con la necessità di concentrar tutto in un uomo, che è idea per l’appunto esclusiva» ed invece si basa «sulla utilità di tutti, necessità di nessuno».

Una forma di governo ben diversa dal presidenzialismo

La riforma non crea una forma di governo presidenziale, dal momento che questa comunque si basa sulla
divisione del potere. L’esempio statunitense lo dimostra: il Presidente Obama non concentra affatto il potere politico, ma deve continuamente contrattare con il Congresso (ecco perché ha incontrato notevoli difficoltà per affrontare temi caldi quali la riduzione della circolazione delle armi o la riforma sanitaria, che era nell’agenda dei presidenti Usa dai tempi di Carter); molto spesso, poi, il Parlamento americano è dominato dal partito opposto a quello di cui è espressione il Presidente.
In Italia, invece, finiremmo per eleggere un capo automaticamente dotato di una maggioranza più che assoluta in Parlamento: un simulacro di assemblea, che sarebbe in realtà una sua emanazione. In definitiva, si avrebbe una forma di governo «neoparlamentare», come quello realizzato nei Comuni e nelle Regioni, con l’elezione diretta del capo dell’Esecutivo, l’elezione dell’organo assembleare, la fiducia dell’assemblea all’Esecutivo, ma nella quale un’eventuale crisi di Governo comporta l’automatico scioglimento dell’organo assembleare (che, dunque, per sfiduciare il leader deve assumere un atteggiamento da kamikaze…).

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