La riforma rende verticistica la forma di governo

Il Parlamento, nella tradizione parlamentare democratica, è il luogo della rappresentanza, là dove l’intero popolo è rappresentato. È il luogo del confronto pubblico e trasparente, mentre il Governo è, soprattutto, il luogo dell’attuazione dell’indirizzo elaborato nel dibattito parlamentare. Se il Governo gode della fiducia del Parlamento significa che è sostenuto dalla maggioranza dei rappresentanti dei cittadini, e dunque, almeno in astratto, dalla maggioranza del popolo. È solo in questo che trova la legittimazione per governare e, se necessario, per imporre sacrifici al Paese.

La combinazione della riforma con l’Italicum:

  • trasformerebbe la forma di governo in senso verticistico, consegnando alla falsa maggioranza creata dal premio molti dei pesi e contrappesi esistenti e distorcendo il legame di rappresentanza che lega i cittadini agli eletti;
  • porterebbe verso una “democrazia d’investitura”, in cui la stabilità e la forza delle istituzioni sono subordinate alla compattezza del partito ed al carisma dell’uomo al comando, invece che all’esercizio di una cittadinanza attiva ed alla qualità del confronto delle forze politico – sociali in Parlamento.

Gli effetti:

  1. La distorsione della rappresentanza
    L’Italicum attribuisce un premio di maggioranza, pari al 54% dei seggi alla Camera, alla lista (cioè al partito) che raggiunga almeno il 40% dei voti al primo turno. Questo crea una forbice artificiale tra voti (40%) e seggi (54%) e permette ad un solo gruppo politico di diventare dominante. A causa della frammentazione del panorama politico, poi, è molto probabile che i partiti e movimenti che si classificano ai primi due posti al primo turno abbiano ottenuto basse percentuali di voti (il 20%, il 15%, addirittura il 10%).
    Con il ballottaggio, essi comunque accedono al secondo turno e ottengono il premio, a prescindere dalla percentuale di elettori che partecipano al voto. In questo caso la distorsione della rappresentanza può diventare molto elevata, risolvendosi in un’intollerabile violazione del principio di eguaglianza del voto.
    In definitiva, un solo partito con pochi consensi reali nel Paese potrebbe avere in Parlamento una maggioranza blindata, mentre tutti gli altri soggetti politici, che pure assommano nel totale maggiori consensi, dovrebbero dividersi i seggi rimanenti.
  2. Lo strapotere di una minoranza
    La riforma costituzionale prevede poi che questa maggioranza (fittizia) di eletti – che rappresenta una minoranza di elettori – voti la fiducia al Governo e faccia le leggi ordinarie. Non solo. Con ben 340 seggi alla Camera potrà anche:

    • influenzare l’approvazione delle riforme costituzionali;
    • dichiarare lo stato di guerra (spetta alla sola Camera e sono sufficienti 316 voti, cioè la maggioranza assoluta dei membri);
    • decidere su amnistia e indulto (spetta alla Camera e servono 80 voti in più di quelli assicurati dal premio);
    • derogare alle competenze regionali in nome dell’interesse nazionale;
    • imporre alla Camera una votazione a data certa su un proprio disegno di legge;
    • decidere i regolamenti parlamentari;
    • precisare il contenuto dello statuto delle opposizioni, che dovrebbe tutelare le minoranze parlamentari ma – come ogni altro regolamento parlamentare – è destinato ad essere approvato a maggioranza assoluta;
    • condizionare l’elezione degli organi di garanzia, quali il Presidente della Repubblica, i membri del Consiglio Superiore della Magistratura e i giudici della Corte costituzionale.
  3. Lo squilibrio tra le Camere
    È sproporzionato che la Camera più numerosa (630 membri) ed eletta direttamente dai cittadini possa scegliere solo 3 giudici della Corte costituzionale, mentre ad un Senato di soli 100 membri (per di più ad elezione indiretta, tramite i Consigli regionali) ne spettino ben 2.
    È inoltre singolare che l’elezione di un organo costituzionale non territoriale, quale la Consulta, avvenga da parte di un organo, il Senato, che dovrebbe rappresentare le istituzioni territoriali. E per di più, con il concorso di cinque voti dei senatori scelti dal Presidente della Repubblica.
  4. Lo squilibrio tra Governo e Parlamento
    L’Italicum prevede che ciascuna forza politica indichi preventivamente il nome del proprio leader, candidandolo di fatto al ruolo di Presidente del Consiglio. Così, se si arrivasse al ballottaggio, il capo della forza politica vincente finirebbe per ricevere una sorta di investitura diretta, anche se a votarlo fosse una parte minoritaria del totale degli elettori.
    Nei fatti siamo di fronte all’elezione diretta del Presidente del Consiglio.
    Ciò crea un forte squilibrio di legittimazione tra il Primo Ministro e il Parlamento e attribuisce al potere Esecutivo una posizione di supremazia rispetto al legislativo.
    Inoltre, l’indicazione preventiva del capo della forza politica rappresenta un limite oggettivo alle prerogative del Presidente della Repubblica, il quale dovrà necessariamente dare l’incarico di formare il Governo al «capo» della lista che ha vinto. Ne verrebbe compromesso il suo ruolo di controllo e di garanzia nonché la sua estraneità all’indirizzo politico di Governo o di maggioranza.
  5. Un plebiscito per il leader
    Sostanzialmente, ciò su cui saranno chiamati a pronunciarsi gli elettori sarà la formazione del Governo. L’elezione dei parlamentari sarà solo una conseguenza dell’investitura politica del Governo, nonostante la forma di governo resti – almeno formalmente – parlamentare. La competizione elettorale verrà totalmente sradicata dalle circoscrizioni elettorali locali e si svolgerà necessariamente come una competizione tra i leader:
    la scelta reale avverrà tra i Renzi, i Grillo, i Berlusconi, i Salvini, etc.
    Trasformare il voto in un plebiscito per il capo annulla la legittimazione politica dei parlamentari e spezza il meccanismo fondamentale della rappresentatività, del rapporto con gli elettori, la funzione delle organizzazioni intermedie e dei territori.
  6. L’accentramento del potere all’interno dei partiti politici
    Le minoranze interne ai partiti, le cui sorti sono già parzialmente compromesse dalla regola dei capilista bloccati, saranno indotte a uniformarsi sempre più agli indirizzi del «capo», vero motore politico del sistema, in quanto titolare di un rapporto diretto e privilegiato con gli elettori.
    La carriera dei singoli parlamentari non dipenderà dal giudizio che gli elettori daranno su di loro, ma dal giudizio sul leader, per cui dal giorno dopo l’elezione, in una Camera con maggioranza assoluta assicurata, essi saranno in cerca di un soggetto che garantisca loro la rielezione (a conferma di quanto è già avvenuto negli ultimi due anni e mezzo: 325 migrazioni di gruppo parlamentare in poco più di due anni e mezzo, per un totale di 246 parlamentari coinvolti) e saranno fedeli al leader finché sarà popolare.
    Così – si dice – si permette la governabilità. In realtà, è quando l’investitura è solo nella leadership che il Paese è ingovernabile; i parlamentari, infatti, non sono solo espressione di consenso, ma anche agenti di costruzione del consenso, e giustificano quanto si decide in modo mediato tra le varie posizioni.
  7. Da Repubblica dei partiti a Repubblica d’un partito
    L’asimmetria nella legittimazione del Presidente del Consiglio rispetto ai parlamentari determina un’alterazione negli equilibri tra Governo e Parlamento, tutta in favore del primo.
    Ne risulta un modello di democrazia maggioritaria, nel quale chi vince prende tutto e chi perde ha soltanto un semplice diritto di parola, ma non può incidere in alcun modo sulle scelte che riguardano la vita del Paese, sia nelle sedi parlamentari sia in quelle di partito.
    Di fatto muta la forma di governo. Invece di essere soltanto “primus inter pares“, come lo vuole la Costituzione del 1947, il Presidente del Consiglio diviene il vertice esponenziale del Governo, dotato di legittimazione propria e di poteri non adeguatamente controbilanciati. Il Premier dominerà pertanto la Camera dei deputati senza che gli si possa opporre alcun potenziale contro – potere: né esterno, essendo il Senato ormai irrilevante, né interno, stante l’indebolimento delle commissioni d’inchiesta e la mancanza di inchieste di minoranza.
  8. L’uomo solo al comando
    Ci troveremo di fronte ad una Repubblica del Premier in cui un solo partito (neppure più una coalizione) si “porta a casa” la maggioranza del Parlamento che, così, diviene ostaggio del potere esecutivo. Insomma, un uomo solo al comando, quello che Leopoldo Elia aveva definito come “premierato assoluto”.
    E’ la realizzazione di un disegno che è stato per decenni il senso dell’ideologia della “Seconda Repubblica”, un’ideologia elaborata a partire dalla fine del centrismo democristiano, passata attraverso il progetto di Grande Riforma di Bettino Craxi e rilanciata dal governo Berlusconi. Un’ideologia fondata sulla governabilità a tutti i costi, sul decisionismo del leader, condotta da un numero ristretto di politici, finalizzata a correggere il metodo parlamentare della concertazione tra partiti. Retta, infine, su una cittadinanza, apatica.

Il desiderio di un padrone

«… c’è un motivo di fondo che ritorna: la voglia del “padre” o del “padrone”, di “qualcuno”, insomma, che decide per tutti senza trovare ostacoli e col suo potere aggiusta sempre le cose.
Una tendenza antica di secoli, indice delle tradizioni despotiche italiane, risorgenti dalle viscere sociali» Così diceva Gaetano Arangio – Ruiz, a fine Ottocento, parlando del potere personale di Crispi e contrapponendolo al sistema parlamentare: «quello che contraddice alle forme di Governo esclusivo, è in antagonismo con la necessità di concentrar tutto in un uomo, che è idea per l’appunto esclusiva» ed invece si basa «sulla utilità di tutti, necessità di nessuno».

Una forma di governo ben diversa dal presidenzialismo

La riforma non crea una forma di governo presidenziale, dal momento che questa comunque si basa sulla
divisione del potere. L’esempio statunitense lo dimostra: il Presidente Obama non concentra affatto il potere politico, ma deve continuamente contrattare con il Congresso (ecco perché ha incontrato notevoli difficoltà per affrontare temi caldi quali la riduzione della circolazione delle armi o la riforma sanitaria, che era nell’agenda dei presidenti Usa dai tempi di Carter); molto spesso, poi, il Parlamento americano è dominato dal partito opposto a quello di cui è espressione il Presidente.
In Italia, invece, finiremmo per eleggere un capo automaticamente dotato di una maggioranza più che assoluta in Parlamento: un simulacro di assemblea, che sarebbe in realtà una sua emanazione. In definitiva, si avrebbe una forma di governo «neoparlamentare», come quello realizzato nei Comuni e nelle Regioni, con l’elezione diretta del capo dell’Esecutivo, l’elezione dell’organo assembleare, la fiducia dell’assemblea all’Esecutivo, ma nella quale un’eventuale crisi di Governo comporta l’automatico scioglimento dell’organo assembleare (che, dunque, per sfiduciare il leader deve assumere un atteggiamento da kamikaze…).

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Il 12 Giugno è il Referendum Day!

di Matteo Roselli

Domenica 12 Giugno dalle 10 alle 12 al Cinema Eliseo sarà Referendum Day. Antonio Caputo modererà l’evento dove interverranno tra gli altri Marco Travaglio (direttore de “Il Fatto Quotidiano”), Mimmo Calopresti (regista, sceneggiatore e attore cinematografico) e Gustavo Zagrebelsky (presidente onorario del comitato del NO alle riforme costituzionali e dell’italicum e Presidente emerito della Corte Costituzionale).

Durante l’iniziativa sarà possibile firmare per i referendum sull’italicum e le riforme costituzionali. Una buona occasione per tirare le somme sulla campagna referendaria e per confrontarsi sul futuro della lotta in vista del Referendum di Ottobre.

 

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Referendum, volti noti riuniti nel comitato per il no

di Emilio Vettori

Fonte: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2016/05/14/referendum-volti-noti-riuniti-nel-comitato-per-il-noTorino04.html?ref=search

 

COSA ci fanno insieme, seduti allo stesso tavolo, don Luigi Ciotti e il procuratore capo Armando Spataro, l’ex sindaco di Torino Diego Novelli e l’ex presidente della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky, l’ex giudice Livio Pepino e il leader della Fiom Maurizio Landini? Difondono la Costituzione, spiegano loro. Si sono ritrovati insieme con altri protagonisti del mondo intellettuale e politico torinese alla Fabbrica delle E per un incontro organizzato dal Comitato per il No al referendum costituzione del prossimo ottobre. Hanno già raccolto ventimila firme è quello di ieri è stato presentato come una specie di tagliando in vista della battaglia d’autunno. «Abbiamo ritenuto importante, giunti a questo punto del percorso, un confronto sullo stato delle cose, nonché un rilancio dell’entusiasmo necessario a portare avanti questa battaglia per la democrazia – spiega l’avvocato Antonio Caputo, uno dei promotori del Comitato -. Il nostro percorso è cominciato da poco, ma è già entrato nel vivo, in Piemonte come nel resto d’Italia: centinaia di comitati si stanno attivando su tutta penisola, dalle grandi città ai piccoli comuni, per evitare che questa “deforma” possa pregiudicare la Costituzione e la democrazia ». Gli fa eco don Ciotti, fondatore del gruppo Abele:«Non servono slogan e semplificazioni nel dibattito sulla riforma della Costituzione come stiamo vedendo, ma una riflessione attenta e responsabile. Questa riforma costituzionale in un colpo solo modifica 47 articoli della Carta e avrebbe ricadute enormi sulla nostra vita politica e sociale».

Il procuratore capo di Torino Armando Spataro ha ribadito quanto scritto su «Repubblica» alcuni giorni fa, schierandosi a favore del no: «Il diritto di parola appartiene a tutti ».

Le riforme e la forma di governo di Mauro Volpi

di Mauro Volpi 

 

III SEMINARIO A.I.C. – “I COSTITUZIONALISTI E LE RIFORME”, Università di Bologna, 11 giugno 2015

 

  1. Premessa

 

Tre sono le questioni che ritengo debbano essere al centro della nostra riflessione. Il primo punto sul quale occorre pronunciarsi è se le riforme avranno o meno un’incidenza sulla forma di governo. Ovviamente, mentre la riforma elettorale è già divenuta legge, la n. 52/2015, quella costituzionale è ancora in itinere e quindi si tratterà di vedere se sarà approvata nella sua versione attuale o e verrà modificata, ma comunque difficilmente si tratterà di modifiche significative in quanto il Senato potrà solo intervenire sulle parti emendate dalla Camera, a meno che (ma pare fortemente improbabile) non si intenda ricominciare il procedimento di revisione dall’inizio. Non possiamo quindi fare altro che basarci sul testo approvato dalla Camera il 10 marzo 2015. In secondo luogo, qualora si ritenga che le riforme incidano sui rapporti fra Parlamento e Governo, occorre chiedersi se influenzeranno solo il funzionamento della forma di governo parlamentare disegnata dalla Costituzione o determineranno un cambiamento della forma di governo. Infine, se si propende per la seconda ipotesi, ci si deve interrogare sulle caratteristiche che la “nuova” forma di governo verrebbe ad assumere.

 

 

  1. Cenni su caratteristiche ed evoluzione della forma di governo in Italia

 

In via preliminare mi pare indispensabile precisare in modo sintetico il mio punto di vista sulle caratteristiche della forma di governo stabilita nella Costituzione e sulla sua evoluzione più recente. Condivido l’opinione, sostenuta da importanti costituzionalisti, che non si tratti di una forma di governo parlamentare pura o classica, ma atipica o corretta [1]. Le atipicità e le correzioni si traducono in altrettante limitazioni alla “sovranità del Parlamento” nel quadro di una concezione che si propone di realizzare un equilibrio fra i poteri costituzionali. Basti pensare al ruolo non meramente notarile, ma significativo del Presidente della Repubblica, alla Corte Costituzionale, alle potestà normative primarie del Governo, alla potestà legislativa delle Regioni, al referendum abrogativo. Ciò detto, non vi è dubbio che la razionalizzazione del parlamentarismo risulta debole, non contemplando, se non in misura limitata, significativi “dispositivi idonei a tutelare le esigenze di stabilità dell’azione di governo” (secondo quanto previsto dall’o.d.g. Perassi) e quindi assuma un ruolo centrale l’insieme dei limiti e delle garanzie stabiliti nei confronti del potere della maggioranza, anche se va ricordato che gli istituti di garanzia sono stati attuati con grandissimo ritardo. È evidente che in questo quadro il funzionamento concreto della forma di governo era destinati ad essere notevolmente influenzato dalle caratteristiche assunte dal sistema dei partiti.

Qual è stato il concreto funzionamento della forma di governo parlamentare? Fino all’inizio degli anni ’90 è stato di tipo non maggioritario o non stabilizzato[2], e quindi caratterizzato da maggioranze e governi di coalizione instabili, da un ruolo più di mediazione che di direzione del Presidente del Consiglio, dall’assenza dell’alternanza al Governo. Ritengo questa definizione preferibile rispetto a quella di forma di governo parlamentare consociativa o consensuale, termini che danno una visione parziale e quindi distorta della sua natura, in quanto assolutizzano solo alcune fasi della sua evoluzione sottovalutandone altre caratterizzate da una forte conflittualità. Non ritengo neppure che si possa qualificare la forma di governo come assembleare, sia per i ricordati limiti costituzionali alla “sovranità” del Parlamento, sia perché si è verificata una debolezza reciproca e del Parlamento e del Governo, che ha fatto parlare di “Parlamento velleitario” e “Governo evanescente”[3]. Inoltre non sono mancati interventi normativi indirizzati a garantire la strutturazione interna del Governo, come la legge n. 400/1988, e un suo ruolo più significativo in Parlamento (vedi le varie modificazioni dei regolamenti parlamentari succedutesi dagli anni ’80 in poi).

Il drastico cambiamento del sistema politico, verificatosi all’inizio degli anni ’90, non ha determinato un funzionamento di tipo maggioritario, fondato su un sistema dei partiti bipolare, analogo a quello di altri ordinamenti parlamentari. Infatti si è trattato di un bipolarismo anomalo e muscolare, basato su maggioranze eterogenee, che non ha realizzato, se non in misura limitata e comunque in modo insoddisfacente, gli obiettivi che si proponeva[4]. L’insoddisfacente funzionamento del raccordo Parlamento – Governo ha prodotto il susseguirsi di fasi nelle quali il Presidente della Repubblica ha svolto un ruolo più attivistico nella soluzione delle crisi, nella formazione dei governi e nel sostegno a singole politiche governative e altre, come quella attuale, caratterizzate dalla preminenza del Presidente del Consiglio. La debolezza, più politica che istituzionale, delle maggioranze, anche numericamente molto ampie, e l’adesione a impostazioni decisioniste hanno determinato il ricorso crescente alle potestà normative del Governo, alla questione di fiducia e agli istituti previsti nei regolamenti parlamentari, applicati in base ad un’interpretazione fortemente filo-governativa (com’è avvenuto da ultimo nell’iter della due riforme). Si è venuta quindi a determinare una tensione tra un funzionamento di fatto non presidenziale, ma presidenzialistico della forma di governo, in quanto fondato su un crescente squilibrio fra poteri, e le previsioni costituzionali relative alla forma di governo parlamentare.

 

 

  1. Il cambiamento della forma di governo

 

Se si adottasse una impostazione formalistica, si potrebbe dubitare che le riforme in atto possano avere un’incidenza sulla forma di governo. Infatti non vengono modificati (se non per quanto attiene al rapporto di fiducia con la sola Camera dei deputati) gli artt. 92-95 Cost., relativi al procedimento di formazione del Governo, né l’art. 88 sullo scioglimento (che riguarda ormai la sola Camera). Dal punto di vista formale vi è quindi una notevole differenza con i precedenti tentativi che intervenivano apertamente sulla natura della forma di governo. Basti pensare al “semipresidenzialismo all’italiana”, proposto dalla commissione D’Alema, e al “premierato assoluto”[5], contenuto nella riforma approvata dalle Camere nel 2005 e poi bocciata dal referendum del 2006. Anche il tentativo di riformare la seconda parte della Costituzione avviato dal governo Letta faceva espresso riferimento alla forma di governo. Già nelle dichiarazioni programmatiche di fronte alla Camera dei deputati del 29 aprile 2013 il Presidente del Consiglio sosteneva la necessità di un rafforzamento della “investitura popolare dell’esecutivo” e una riforma della forma di governo che assumesse anche “scelte coraggiose, rifiutando piccole misure cosmetiche e respingendo i pregiudizi del passato”. Nella Commissione per le riforme costituzionali, istituita dal Governo, la questione veniva discussa apertamente e venivano prospettate due soluzioni opposte: una forma di governo parlamentare razionalizzata e il semipresidenzialismo alla francese; emergeva poi l’ipotesi di una “forma di governo parlamentare del Primo ministro”, la cui natura restava indefinita, in quanto rimanevano aperte due questioni essenziali: l’elezione popolare o meno del Primo ministro e l’estensione della sua potestà di richiedere lo scioglimento della Camera.

Tuttavia l’opinione che le riforme attuali non avrebbero alcuna incidenza sulla forma di governo sarebbe sbagliata per due ragioni. Innanzitutto nel d.d.l. costituzionale vi sono disposizioni che riguardano senza alcun dubbio i rapporti tra Parlamento e Governo. Vi rientra il voto a data fissa sui disegni di legge di iniziativa governativa. Tale disposizione, anche se più circoscritta nel testo approvato dalla Camera rispetto a quello varato dal Senato, attribuirebbe al Governo, che avrebbe grazie alla legge elettorale la maggioranza più che assoluta dei seggi alla Camera, il potere di imporre il voto su una sua proposta senza una adeguata discussione parlamentare, costituzionalizzando l’assoluto predominio governativo nell’esercizio della funzione legislativa che si è andato realizzando in via di fatto. Cosa ben diversa sarebbe la previsione condivisibile che riconoscesse il potere del Governo di stabilire le priorità nella programmazione dei lavori parlamentari e nella fissazione dell’o.d.g., al quale dovrebbe corrispondere l’attribuzione, costituzionalmente sancita, di spazi certi alle opposizioni per la presentazione e la discussione delle proprie proposte. Al più sul voto a data fissa, che è previsto tra le grandi democrazie solo in Francia, dove però può riguardare solo la legge finanziaria e la legge di finanziamento della sicurezza sociale, ci si dovrebbe limitare a prevedere che il Governo possa dichiarare prioritari un numero assai limitato di disegni di legge, indicato nei Regolamenti parlamentari, essenziali per l’attuazione del suo programma e, con il consenso del Parlamento, chiederne la sottoposizione al voto entro tempi certi, fissati di volta in volta a seconda della complessità del testo. Più in generale non potrà non incidere sui rapporti fra poteri il nuovo assetto del bicameralismo che farebbe della Camera (almeno in via teorica) l’unico ramo politico del Parlamento, comunque l’unico legato al rapporto di fiducia con il Governo. Il Senato verrebbe ridimensionato notevolmente dal punto di vista numerico, e quindi si ridurrebbe la sua incidenza sulle competenze attribuite al Parlamento in seduta comune, e, a parte le leggi bicamerali, svolgerebbe un ruolo secondario nell’esercizio della funzione legislativa.

In secondo luogo il d.d.l. costituzionale va valutato nel combinato disposto con la legge n. 52/2015, la quale introduce un inedito sistema elettorale teoricamente proporzionale, ma con correttivi ipermaggioritari, che devono garantire la certezza dell’attribuzione della maggioranza più che assoluta dei seggi ad un solo partito e attribuiscono al “capo” della forza politica più forte (anche se di minoranza), una legittimazione popolare che appare evidente soprattutto nel turno di ballottaggio.  A tal proposito all’interno della Commissione per le riforme costituzionali del 2013 Cheli e Onida avevano manifestato il loro disaccordo su un sistema elettorale che prevedesse “un premio di maggioranza tale da rendere sempre possibile al partito vincitore di governare da solo” e avevano sottolineato che il ballottaggio fra le due forze più votate al primo turno si sarebbe configurato “come uno scontro essenzialmente personale fra i leaders delle due forze”, non coerente con la “logica del parlamentarismo razionalizzato”.

Se si ritiene che le riforme incideranno sulla forma di governo, si deve rispondere all’ulteriore interrogativo: si resterebbe comunque nell’ambito di una forma di governo parlamentare, corretta in senso maggioritario, o se ne fuoriuscirebbe? A mio parere verrebbero ad essere intaccati due capisaldi della forma di governo parlamentare. Il primo è stato formulato da Leopoldo Elia: “si può parlare di governo parlamentare solo quando la titolarità del potere esecutivo sia concepita come un’emanazione permanente (mediante il rapporto fiduciario) del o dei collegi titolari del potere legislativo”[6]. Questa qualità è già stata messa in discussione negli ultimi venti anni da chi ha sostenuto che di fatto Governo e Presidente del Consiglio erano eletti dal popolo. Si è trattato di un mito che è stato smentito anche dalla prassi e in particolare dalla formazione degli ultimi tre governi, il primo e il terzo dei quali presieduti da un non parlamentare, mentre il secondo con un Presidente del Consiglio che non era il leader di una coalizione elettorale. Ma la riforma elettorale introduce rispetto al passato una novità essenziale: la trasformazione di una probabilità in una certezza. In passato l’indicazione politica emergente dalle elezioni del futuro Presidente del Consiglio richiedeva che egli fosse il leader riconosciuto della coalizione risultata maggioritaria in entrambe le Camere e che questa fosse compatta nel proporre il suo nome al Capo dello Stato; inoltre il suo mantenimento alla guida del Governo era possibile solo con il consenso della maggioranza. Perciò, anche se con forzature discutibili, come l’inserimento del nome del leader all’interno del simbolo delle due coalizioni alle elezioni del 2001 e l’indicazione preelettorale del “candidato unico” della coalizione prevista dalla legge n. 270/2005, non veniva messa in discussione la derivazione parlamentare del Governo. Al contrario con la nuova legge elettorale vi è la certezza che il capo di un unico partito sia collocato alla testa del Governo come conseguenza obbligata del voto popolare, imposta artificialmente dal premio di maggioranza. Ciò metterebbe in discussione la derivazione parlamentare del Governo e del suo vertice, in quanto il voto di fiducia si trasformerebbe sempre e comunque in un rito dall’esito scontato. Inoltre verrebbero ad essere depotenziati i poteri del Capo dello Stato, il quale sarebbe tenuto a nominare la persona indicata come “capo della forza politica” che si candida a governare (su questo l’Italicum ripropone la formula utilizzata nel Porcellum, la quale però faceva riferimento anche alla coalizione). Vi è altresì da dubitare che il Presidente della Repubblica potrebbe esercitare una qualche moral suasion sulla scelta dei Ministri. Infine il Presidente del Consiglio potrebbe imporre a suo piacimento lo scioglimento anticipato della Camera, in quanto non si vede come il Capo dello Stato potrebbe opporsi ad una richiesta proveniente dal capo indiscusso del partito di maggioranza e quindi della maggioranza parlamentare.

Il secondo caposaldo della forma di governo parlamentare è la sua flessibilità, che consente, anche nelle forme di governo parlamentari maggioritarie, di sostituire il Primo ministro ed eventualmente anche il Governo nel corso della legislatura senza fare ricorso necessariamente ad un nuovo voto popolare[7]. Con le riforme “italiche” il leader plebiscitato dal voto sarebbe assai difficilmente sostituibile, senza bisogno di alcuna clausola “antiribaltone”, come quella assurda contenuta nella riforma costituzionale approvata nel 2005. La previsione di cento capilista bloccati, e quindi scelti dal vertice del partito, che possono candidarsi in dieci collegi, e pertanto decidere con la propria opzione un notevole numero di primi non eletti con le preferenze e la presenza di quasi novanta deputati eletti grazie al premio di maggioranza (con ogni probabilità al secondo turno nel quale emergerebbe la persona del candidato alla guida del Governo), irrigidirebbero la designazione del Presidente del Consiglio, rendendone quasi impossibile la sostituzione. Questo esito sarebbe rafforzato dallo stato “gassoso” più che liquido che caratterizza oggi i partiti politici[8], i quali sarebbero vieppiù ridotti a comitati elettorali di un leader che decide da solo la “linea” per poi farla avallare dagli organismi dirigenti.

Non è un caso che il cambiamento della forma di governo come effetto delle riforme sia stato apertamente rivendicato da Roberto D’Alimonte, uno dei massimi artefici dell’Italicum, secondo il quale verrebbe ad essere esteso a livello nazionale il “modello italiano di governo” già praticato a livello regionale e locale e fondato “su elezione diretta del capo dell’esecutivo e sistemi elettorali con premio di maggioranza”[9]. Più cautamente Tommaso Frosini ha sostenuto che grazie all’Italicum si darebbe vita ad un “premierato” che invererebbe finalmente una “democrazia di investitura”, nella quale “il cittadino possa designare o investire…per il tramite del voto il Governo”, secondo quanto avverrebbe nei maggiori sistemi parlamentari europei[10]. Si avrebbe quindi una forma di governo “neoparlamentare”, nella quale il Presidente del Consiglio sarebbe “non investito da un voto elettorale, ma designato sulla base del voto elettorale”. Ora, termini come democrazia di investitura e neoparlamentarismo fanno esattamente riferimento all’investitura popolare non potenziale, ma di diritto, o secondo alcuni anche di fatto[11], del Primo ministro. Si tratta quindi di un modello diverso da quello esistente negli altri ordinamenti parlamentari europei, nei quali il corpo elettorale è chiamato a votare per il Parlamento e la probabilità che dalle elezioni del Parlamento emerga la persona che diverrà Primo ministro dipende dalla natura bipartitica o bipolare del sistema politico e dal verificarsi di condizioni, come la conquista della maggioranza dei seggi da parte di un partito o di una coalizione che abbia una chiara leadership.

 

 

  1. Il metodo del cambiamento.

 

Il cambiamento della forma di governo pone una seria questione di metodo. Infatti un obiettivo di tale portata dovrebbe essere perseguito mediante una revisione costituzionale e non imposto surrettiziamente a partire dalla approvazione della legge elettorale. In questo modo non vengono presi in seria considerazione né gli equilibri fra i poteri costituzionali né i necessari contrappesi al potere della maggioranza (artificiale).

Tale questione non è presa adeguatamente in considerazione neppure nel d.d.l. costituzionale. Non costituisce un valido contrappeso un Senato, composto per quasi tre quarti da consiglieri regionali eletti in base a leggi ultramaggioritarie, che, anche in considerazione del calo della partecipazione popolare alle ultime elezioni, rappresenteranno una minoranza del corpo elettorale, e titolare di un indeterminato potere di “valutazione delle politiche pubbliche”. Altrettanto si può dire per la previsione di uno “statuto delle opposizioni”, che viene interamente rinviato al regolamento della Camera, senza che siano stabilite precise linee di indirizzo e senza l’attribuzione a minoranze qualificate di significativi poteri di controllo, come l’istituzione di commissioni di inchiesta e l’impugnazione preventiva di una legge alla Corte Costituzionale (con l’unica eccezione della legge elettorale, eccezione spiegabile più per una ragione politico-pratica che per esigenze sistemiche). Infine neppure gli istituti di partecipazione popolare vengono significativamente irrobustiti, visto che la garanzia della discussione e della deliberazione delle proposte di legge di iniziativa popolare è interamente demandata in quanto a forme e limiti ai regolamenti parlamentari e le nuove ipotesi di referendum propositivo e di indirizzo sono rinviate a future leggi, una costituzionale e una ordinaria, cioè in buona sostanza alla disponibilità del partito di minoranza più forte che alla Camera controllerà la maggioranza più che assoluta dei seggi.

 

 

  1. Una forma di governo non presidenziale, ma presidenzialistica.

 

Nel merito quale forma di governo scaturirebbe dalla riforme? Certamente non quella presidenziale, fondata sull’elezione popolare separata di Presidente e Parlamento, sull’inesistenza del rapporto di fiducia e del potere di scioglimento e sulla previsione di cheks and balances che impediscono ad uno dei due poteri di prevalere nettamente sull’altro. Nulla di tutto questo è rintracciabile nelle riforme italiane.

È altrettanto discutibile che verrebbe ad essere inverato il modello Westminster, definito da alcuni come “neoparlamentare”, nonostante che in esso non vi sia né l’elezione popolare del Primo ministro né la regola del “simulsimul”. A leggere qualche intervento recente[12], si ha la sensazione che la “madre” del modello, il Regno Unito, sarebbe una democrazia nella quale non esistono contrappesi significativi al potere del Governo e del Primo ministro. Ma è proprio così? Intanto perfino il plurality, che tra i sistemi elettorali maggioritari è il più distorsivo, è in grado di garantire con certezza l’esistenza nella Camera dei Comuni di una maggioranza assoluta monopartitica, come dimostra il governo di coalizione che è stato in carica tra il 2010 e il 2015. Tale esperienza ha lasciato alcune tracce importanti, come il Fixed-term Parliament Act del 2011, che ha sottratto al Primo ministro il potere di scioglimento della Camera o, se si vuole, ha subordinato la possibilità di farvi ricorso ad un’utilizzazione impropria della questione di fiducia che richiederebbe comunque il consenso della maggioranza parlamentare. La verità è che il bipartitismo, che nel Regno Unito si è consolidato molto prima dell’adozione del plurality e che in Italia si vorrebbe imporre per legge in un contesto politico il cui assetto tripolare è stato confermato dalle recenti elezioni regionali, comincia a mostrare segnali di crisi attestati dal calo dei consensi ottenuti dai due maggiori partiti negli ultimi due decenni. E quanto ai contrappesi, basti ricordare lo statuto della opposizione, che, pur nel quadro del riconoscimento di importanti poteri al Governo in Parlamento per l’attuazione del suo programma, riconosce alla opposizione e ai singoli parlamentari spazi e tempi garantiti per la presentazione e la discussione delle proprie proposte[13]. Inoltre un ruolo determinante è svolto dal partito di maggioranza, che al pari del maggior partito di opposizione continua ad essere strutturato e ad avere un forte radicamento sociale, del quale il Primo ministro deve conservare la fiducia e dal quale può essere sostituito nel corso della legislatura senza scioglimento della Camera (come è avvenuto per sei volte dopo la seconda guerra mondiale). Infine va ricordata la crescita dei casi di “ribellione” parlamentare alle direttive del Governo, che hanno riguardato non solo questioni di tipo etico, ma anche scelte politiche di primaria importanza, come la decisione di Blair di intervenire in Irak nel 2003 e l’intenzione manifestata da Cameron di intervenire in Siria nel 2013.

In realtà le riforme aprono le porte all’incognito, ad una forma di governo che potrebbe ben essere definita “italica”, non avendo né parentele né affinità con quelle praticate nelle maggiori democrazie. Si tratterebbe comunque di una forma di governo a connotazione presidenzialistica che favorirebbe una torsione plebiscitaria e decisionista della nostra democrazia. Ad essere investito dal corpo elettorale sarebbe un leader, alla testa di un partito poco strutturato e posto al suo servizio, che potrebbe manifestare forti pulsioni populistiche e ademocratiche, il che sarebbe coerente con una impostazione politico-culturale che propugna una verticalizzazione del rapporto tra “capo” del Governo e cittadini ridimensionando il ruolo dei corpi intermedi (partiti, sindacati e Parlamento). Inoltre verrebbero ad essere ulteriormente indeboliti i quorum costituzionali di garanzia, stabiliti in un quadro di riferimento proporzionalista e già intaccati dalle precedenti riforme elettorali a prevalenza maggioritaria o apertamente ipermaggioritarie.

 

 

  1. Per una razionalizzazione della forma di governo parlamentare.

 

Resto dell’opinione che, nell’attuale quadro politico-istituzionale, sarebbe preferibile non correre avventure, ma puntare ad una seria razionalizzazione della forma di governo parlamentare, adottando istituti, che hanno ben operato in altri ordinamenti, volti a rafforzare la stabilità del Governo e a garantire l’attuazione del suo programma, ma anche indirizzati a rivalutare il ruolo della rappresentanza, riconoscendole anche adeguati poteri di controllo, come quelli riconosciuti in altri Paesi democratici ad una  minoranza qualificata dei parlamentari. Infine gli istituti di partecipazione popolare vanno rinvigoriti e anche rinnovati con previsioni costituzionali che ne precisino la forza e gli effetti. Una forma di governo parlamentare razionalizzata sarebbe non solo più corrispondente all’esigenza di rispettare gli equilibri di una democrazia costituzionale, ma anche più funzionale all’obiettivo di una ricostruzione della politica e di una rappresentanza non distaccata dai cittadini.

Nel 2003 Leopoldo Elia, richiamando la sua nota distinzione tra democrazia di investitura e democrazia di indirizzo, affermava che si stava correndo il rischio “di risolvere tutta la dinamica costituzionale in questa democrazia di investitura in cui il popolo, e più di preciso il corpo degli elettori, giovandosi delle leggi elettorali vigenti, designa come Presidente del Consiglio una certa persona con una larga maggioranza di parlamentari. E questo dà luogo ad una situazione pericolosa perché non è bilanciata da una partecipazione tale che garantisca quella democrazia di indirizzo con l’intervento sul piano del programma, sul piano degli obiettivi e sul piano dei limiti dei poteri”[14]. Mi pare che oggi quel rischio sia pienamente attuale.

 

*Ordinario di Diritto pubblico comparato nella Università degli Studi di Perugia.

[1] Per la prima definizione v. P. Barile, E. Cheli, S. Grassi, Istituzioni di Diritto Pubblico, Padova, VIII ed., 1998, 105 ss.; per la seconda E. Cheli, La forma di governo italiana nella prospettiva storica, in Rass. Parl., 1998, 291 ss.

[2] Per il primo concetto rinvio a M.Volpi, Libertà e autorità. La classificazione delle forme di Stato e delle forme di governo, Torino, V ed., 2013, 145-147; per il secondo a J.C. Colliard, Les régimes parlementaires, Paris, 1978, 278 ss.

[3] Cfr. C. Chimenti, Noi e gli altri. Compendio di diritto Costituzionale italiano e di elementi comparativi. I. L’ordinamento italiano, Torino, 2000, 83.

[4] Sul punto rinvio ai contributi contenuti in M. Volpi (a cura di), Istituzioni e sistema politico in Italia: bilancio di un ventennio, Bologna, 2015.

[5] Secondo l’espressione coniata da L. Elia, Il premierato assoluto, relazione al Seminario ASTRID del 22 settembre 2003, in Id., La Costituzione aggredita. Forma di governo e devolution al tempo della destra, Bologna, 2005, 61 ss.

[6] Cfr. L. Elia, Governo (forme di), in Enc. Dir., XIX, Milano, 1970, 642.

[7] Su tale caratteristica del parlamentarismo ha costantemente insistito G. Sartori; vedi Opposizione e oppositori, in F. Bassanini (a cura di), Costituzione una riforma sbagliata, 272; Populismo costituzionale, in Corriere della Sera, 9 settembre 2010; Ingegneria costituzionale comparata, Bologna, VI ed., 2013, 130-131.

[8] Utilizzo qui un’espressione coniata per il PD, ma applicabile a maggior ragione agli altri partiti, in una intervista di M. Cacciari, Il modello Renzi è un partito gassoso, ridotto a una pura corrente di opinione, in la Repubblica, 2 giugno 2015.

[9] Cfr. R. D’Alimonte, Con il premio alla lista governi più coesi, in Il Sole 24 Ore, 28 gennaio 2015. L’opinione di D’Alimonte è stata avallata dal Presidente del Consiglio, il quale ha dichiarato che il modello di governo al quale si ispira è quello “di una giunta che funziona con un forte potere di indirizzo del sindaco”, in Renzi: ecco l’Italia che sogno, intervista a L’Espresso, 4 marzo 2015.

[10] Cfr. T.E. Frosini, Rappresentanza+Governabilità=Italicum, testo dell’audizione presso la Commissione affari costituzionali della Camera dei deputati, 15 aprile 2015, in www.confronticostituzionali.eu,12 maggio 2015.

[11] Tra i sostenitori di tale tesi vi è lo stesso Frosini, il quale distingue le forme di governo tra quelle “a legittimazione diretta e indiretta”, a seconda che il Governo sia designato in pratica dal corpo elettorale o dal Parlamento; cfr. Forme di governo e partecipazione popolare, Torino, II ed. 2006, 3ss.

[12] Vedi in particolare A. Barbera, Traccia per l’Audizione sulla legge elettorale, Camera dei deputati, 13 aprile 2015, in https://stefanoceccanti.wordpress.com.

[13] Richiamo sul punto l’ottimo studio di V. Casamassima, L’opposizione in Parlamento. Le esperienze britannica e italiana a confronto, Torino, 2013.

[14] Cfr. L. Elia, La forma di governo, Relazione nella giornata di studio sulle riforme istituzionali, Gruppi parlamentari della Margherita, 12 maggio 2003, in Id., La Costituzione aggredita. Forma di governo e devolution al tempo della destra, Bologna, 2005, 33.

I magistrati e il diritto-dovere di schierarsi al referendum

di Armando Spataro 
Fonte La Repubblica, link diretto: http://www.repubblica.it/politica/2016/05/08/news/i_magistrati_e_il_diritto-dovere_di_schierarsi_al_referendum-139327862/
CARO direttore, ebbene sì, lo confesso: ho aderito da subito al Comitato promotore per il “No” in vista del referendum confermativo della recente riforma costituzionale. E non basta: l’ho fatto anche per il “No” alla riforma bocciata nel giugno del 2006, allorché ho girato l’Italia in ogni possibile weekend, parlando di fronte ad ogni tipo di uditorio. Grazie ad una capillare opera di informazione, vinse il “No”, con il 61,3% degli oltre 25 milioni di votanti.

Avendo qui confessato queste colpe, potrei oggi essere accusato, secondo un pensiero che si va diffondendo, di appartenenza ad associazione per delinquere, con la qualifica di promotore e con l’aggravante della recidiva specifica: sembra, infatti, che sia quasi illegale che i magistrati possano “schierarsi” in un referendum di natura costituzionale. Tradirebbero, si dice, la loro terzietà e così confermerebbero la loro politicizzazione, una tesi di assoluta infondatezza. Dico subito che questo diritto-dovere di “schierarsi” non ha nulla a che fare con la contesa partitica-politica che si sviluppa nei periodi di campagna elettorale ed alla quale, certo, i magistrati devono rimanere estranei, come prevede anche il nostro codice deontologico. Qui si tratta, invece, di un diritto costituzionale di cui anche il magistrato – come ogni cittadino – è titolare e che viene oggi contestato, in misura ben più dura di quanto avvenne nel 2006, quasi che una “militanza civica” comporti rinuncia alla propria libertà morale e di giudizio, quasi che una simile testimonianza abbia il significato dello schierarsi “contro” qualcuno, piuttosto che “per” valori e principi.

Bisogna invece chiedersi perché mai un premier debba proporre una interpretazione impropria del referendum governativo: “per me” o “contro di me”, annunciando l’impegno di dimettersi in caso di vittoria del “No”! Perché mai questa scelta, visto che si tratta di una riforma voluta da una oscillante maggioranza di governo e non certo da un vasto schieramento trasversale, politicamente e culturalmente solido? La risposta pare risiedere nelle modalità di comunicazione per spot e tweet che l’attuale contesto storico sociale sembra imporre, sicché conviene – secondo alcuni – proporsi ai cittadini invocando fiducia nella propria immagine e nella propria capacità manageriale (con brand del tipo: “meno spese e tempi rapidi per le leggi! Via i laccioli del bicameralismo che compromettono la governabilità del paese e l’azione dell’esecutivo!”) senza doversi far carico di un difficile e motivato confronto con le preoccupazioni di chi ricorda che la nostra Costituzione fu approvata dopo diciotto mesi di lavoro da 556 parlamentari e giuristi di ogni estrazione, mentre questa riforma, anche attraverso mozioni di fiducia e tagli di emendamenti, ricorda piuttosto, almeno quanto al metodo, quella bocciata nel 2006, scritta da quattro “saggi” durante alcuni giorni estivi trascorsi a Lorenzago di Cadore. Occorre che dal “Fronte del NO” sia respinta, invece, ogni deriva che tenda alla politicizzazione del confronto per trasformarlo in scontro: “NO”, dunque, anche al mistificante spot pubblicitario di un futuro paese modernizzato ed efficiente grazie a questa riforma! Non esiste un “Governo costituente”, specie se nato da una maggioranza partorita da una legge dichiarata incostituzionale, anche perché – come ha scritto L. Ferrajoli – “se c’è una questione che non ha niente a che fare con le funzioni di Governo è precisamente la Costituzione”.

Bisogna attivarsi, allora, spiegando le ragioni del “No” ovunque sia possibile, nelle università, nei centri sociali, nei circoli di quartieri, anche attraverso strumenti informatici e moderne tecnologie, auspicando che il mondo dell’informazione televisiva e della carta stampata assicuri eguali possibilità di confronto alle due parti in causa. Bisogna ricordare a tutti che ben 56 costituzionalisti, tra cui 11 ex presidenti della Consulta e molti “saggi” in precedenza nominati per contribuire alla riforma della Costituzione, si sono schierati pubblicamente per il “NO”, pur con rilievi ricchi di spunti propositivi. Bisogna far conoscere le argomentate ragioni dei numerosi altri professori del Comitato per il NO che hanno criticato il futuro pericolo di squilibrio tra le componenti del Parlamento, quello di indebolimento delle autonomie regionali, nonché il rischio di influenza del Presidente del Consiglio nelle nomine degli organi di garanzia (dal Capo dello Stato ad una parte dei membri della Consulta e del CSM). E tanto altro potrebbe dirsi.

Perché mai, in questo quadro, sarebbe inaccettabile che i magistrati si impegnino e si espongano pubblicamente nella campagna per spingere i cittadini a votare “No”? A tanti di noi, piuttosto, tale impegno appare doveroso anche se, come ha detto Paolo Borgna, esso va attuato, “rifuggendo da atteggiamenti di schieramento e da logiche di amico-nemico” e ricordando quanto avvenne nel gennaio del 2005 e del 2010, in occasione delle cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario, allorché tutti i magistrati italiani vi parteciparono stringendo in mano, ben visibile, una copia della Costituzione, quel pezzo di carta – disse Calamandrei – che non va lasciato cadere inerte alsuolo.

P.S.: a chiunque avesse dei dubbi, consiglio di confrontare il vecchio ed il nuovo art. 70 della Costituzione, un rigo il primo, una pagina il secondo, riscritto questo – come ha detto G. Zagrebelsky – con tecnica da “decreto milleproroghe”.

La pagina Facebook di “Salviamo la Costituzione. Comitato Piemonte/Val d’Aosta” ha superato i 1000 Mi Piace!

di Matteo Roselli

Molti dicono che i Social Network separano le persone, ma in realtà proprie grazie ad essi è possibile collegarsi simultaneamente da qualsiasi posizione del mondo a persone, pagine e molto altro. Ed è proprio grazie a Facebook (il maggiore social) che la battaglia per la difesa della costituzione ha potuto farsi conoscere da molti, ed è sempre attraverso il social inventato da Mark Zuckerberg che quelle stesse persone hanno potuto commentare e interagire con i contenuti presenti sulla pagina.

Vi invitiamo quindi, se non l’avete ancora fatto, a visitare e a mettere mi piace alla nostra pagina Facebook e a partecipare ad essa, in perfetta sintonia con i valori del referendum.

 

LINK: https://www.facebook.com/comitatodifesacostituzione/ref=ts&frefs

 

Grande evento Venerdì 13 Maggio per riunire le anime del “NO” per la difesa della Costituzione

Di Matteo Roselli

 

Si svolgerà Venerdì 13 Maggio dalle 18 alle 22 alla Fabbrica delle E in Corso Trapani 91/b a Torino l’incontro che riunirà tutte le anime del no all’Italicum e alla riforma costituzionale. Tra i presenti, oltre ai comitati e i movimenti per il NO ci saranno Maurizio Landini, Luigi Ciotti, Armando Spataro e Gustavo Zagrebelsky, solo per citarne alcuni.

La serata sarà scandita da brevi interventi dei protagonisti della campagna per il no e successivamente musica (organizzata dalle Officine Corsare), letture (grazie al contributo di l’Associazione di via Asti) e un buffet organizzato dai “Fornelli in Lotta”.

Questo evento sarà un’ottima occasione per conoscerci meglio e per rilanciare una battaglia che mese dopo mese entra sempre più nel vivo. Vi aspettiamo quindi numerosi, certi che sono anche momenti come questo che fanno la differenza e creano connessioni e solidarietà tra le persone.

 

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Sui pericoli che vi sono OGGI per la Costituzione di Gian Carlo Caselli

di Gian Carlo Caselli

 

Punto di partenza è che la Costituzione repubblicana vigente disegna una democrazia pluralista, basata sul primato dei diritti eguali per tutti e sulla separazione dei poteri, senza supremazia dell’uno sugli altri, ma con reciproci bilanciamenti e controlli.

A questa concezione di democrazia se ne  vorrebbe sostituire un’altra: basata sul primato della politica ( meglio, della maggioranza politica del momento) e non più sul primato dei diritti. Ma attenzione: se è vero che in democrazia la sovranità appartiene al popolo ( per cui  chi ha più consensi, chi ha la maggioranza, ha il diritto-dovere di operare le scelte politiche che vuole), è altrettanto vero che ogni potere democratico  incontra – non può non incontrare – dei limiti prestabiliti. Tali limiti  presidiano una sfera non decidibile, quella della dignità e dei diritti di tutti: sottratta al potere della maggioranza  e tutelata da custodi (una stampa libera e una magistratura indipendente) estranei al processo elettorale ma non alla democrazia.

Questa necessità di limiti ( che la nostra Costituzione stabilisce fin dal suo primo articolo) è fondamentale in democrazia. Altrimenti, come  già insegnava quasi due secoli fa Alexis de Toqueville, può sempre essere in agguato la tirannide della maggioranza.  Un limite assolutamente invalicabile, in particolare, è rappresentato dal principio di legalità, in base a cui tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge e nessuno può sottrarsi alla sua osservanza.

La vera  democrazia garantisce spazi anche alle minoranze, spazi effettivi. Perché se questi spazi non sono effettivi, se la maggioranza che ha avuto più consenso si prende tutto, allora l’alternanza, che è la quintessenza, il dna della democrazia, viene ridotta a simulacro e la democrazia cambia qualità.

 

VOGLIA DI ANDARE VIA

 

L’effettività di tali spazi dipende da tanti fattori, fra i quali l’effettività del controllo sociale e del controllo di legalità. Controllo sociale significa informazione pluralista e  indipendente. Controllo della legalità significa magistratura autonoma e indipendente. Se io riduco il pluralismo e l’indipendenza dell’informazione, il dilagare oltre i limiti propri di una democrazia moderna del potere della maggioranza è inevitabile. Quanto alla magistratura sono sempre – come dire – dietro l’angolo riforme che riguardano il CSM, il principio di obbligatorietà dell’azione penale, i rapporti tra Pubblico Ministero e Polizia Giudiziaria, la cosiddetta separazione delle carriere. E sono tutte riforme che, per un verso o per l’altro, intaccano l’indipendenza della magistratura, la riducono. Ma ridurre l’indipendenza della magistratura, del Pubblico Ministero in modo particolare, significa che per legge – e in tutti i Paesi in cui c’è la separazione delle carriere questo accade, nessuno lo può negare – per legge qualcuno  (cioè il potere esecutivo, il governo) potrà dare direttive alla magistratura. Se la magistratura non è più indipendente o lo è di meno, la prospettiva (anche solo la speranza) che la legge possa essere eguale per tutti svanisce. Per cui, se  si riduce l’indipendenza della magistratura, cambia la qualità della nostra democrazia. Una democrazia è piena, o almeno ha prospettive di pienezza,   soltanto se i cittadini possono essere uguali di fronte alla legge.

La posta in gioco in sostanza è questa: è meglio il tipo di democrazia voluto dalla Costituzione,  oppure quello che si sta cercando di sostituirgli? Quale dei due conviene di più ai cittadini?

Vorrei chiudere citando Calamandrei, là dove ammonisce che la Costituzione non è una macchina che va avanti da sola. Perché si muova bisogna ogni giorno metterci dentro il combustibile, cioè impegno e responsabilità. Per questo, dice Calamandrei, una delle peggiori offese che si possano fare alla Costituzione è l’indifferenza alla politica, quella che spesso ci porta a dire che “La politica è una brutta cosa, che cosa mi importa della politica….”. A Calamandrei questo discorso fa venire in mente una vecchia storiella: due migranti, due contadini, attraversano l’oceano su un piroscafo traballante; uno dorme nella stiva, l’altro sta sul ponte; c’è una grande burrasca, onde altissime; il piroscafo oscilla e il contadino impaurito domanda a un marinaio  se c’è pericolo; il marinaio gli  risponde che se continua così in mezz’ora il bastimento affonda; allora il contadino corre nella stiva, sveglia il compagno e gli grida: “Beppe! Beppe! Se continua questo mare, il bastimento affonda!”: ma quello gli risponde: “Che me ne importa, non è mica mio il bastimento!”. Questo è, chiosa Calamandrei, l’indifferentismo alla politica. La vita è bella, viviamo in libertà, abbiamo da fare altre cose piuttosto che interessarci alla politica, che non è mica una bella cosa. Però ( ecco la conclusione di Calamandrei) attenzione: “la libertà è come l’aria. Ci  si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia  generazione hanno sentito per vent’anni e che io auguro a voi giovani di non sentire mai”.

Perché l’appello di Napolitano sul “sì” è inappropriato

di Matteo Roselli

 

Napolitano è entrato nella partita del referendum, auspicando un sì alla riforma. Un sì derivato dall’analisi dei benefici della riforma? Un sì nei confronti di una riforma condivisa dalla maggioranza del paese? tutt’altro, l’ex Presidente della Repubblica chiede di votare in favore della riforma costituzionale in quanto riforma, senza entrate nel merito dei contenuti e senza calcolare che i pareri su di essa sono tutt’altro che concilianti.

Il Presidente della Repubblica, anche quando smette di assolvere il suo ruolo, dovrebbe mantenere una posizione terza, soprattutto di fronte ad una riforma così divisiva, approvata a colpi di una maggioranza viziata dal Porcellum. Per di più l’ex presidente non si preoccupa di spiegare ai cittadini i benefici della riforma, ma chiede un parere positivo paventando una discutibilissima “paralisi definitiva” in merito ad una possibile revisione costituzionale.

Come già esposto dai moltissimi costituzionalisti contrari alla riforma, il problema non è il tentativo di riformare la costituzione, ma il modo in cui è stata riformata: tra forti divisioni e grossi dubbi sui contenuti. Rispetto a questi ultimi non dobbiamo dimenticarci che la possibile vittoria dei sì al referendum metterebbe a rischio la democrazia, causando un forte squilibrio dei poteri in favore del governo.

RIFORMA COSTITUZIONE/ Quel che non funziona della nuova “democrazia” di Renzi

Articolo di Vincenzo Baldini (Costituzionalista) fonte ilsussidiario.net 

Link diretto: http://www.ilsussidiario.net/News/Politica/2016/5/2/RIFORMA-COSTITUZIONE-Quel-che-non-funziona-della-nuova-democrazia-di-Renzi/700658/

 

“Ci accingiamo ad andare verso una forma di democrazia decidente”. Così si è espresso il presidente del Consiglio Matteo Renzi intervenendo in aula a Montecitorio sui contenuti della riforma costituzionale. Mi piacerebbe definire queste sparse considerazioni su tali contenuti come: la saga dei “non è vero”.

Innanzitutto, non è vero che la riforma recherà senz’altro un miglioramento della qualità della democrazia, perché la democrazia non riesce migliorata semplicemente comprimendo la dimensione della rappresentanza politica bensì articolandone la composizione senza per ciò penalizzare l’efficienza dei processi decisionali. In un ordinamento a struttura pluralista, come il nostro, ridurre la rappresentanza politica nazionale implica il rischio di pericolose semplificazioni, soprattutto quando la previsione di una sola Camera elettiva, rappresentativa del popolo dello Stato, è abbinata ad un sistema elettorale accentuatamente maggioritario.
Il nuovo testo costituzionale delinea un assetto di bicameralismo asimmetrico (o imperfetto, o diseguale) che qualifica il Senato come organo “di rappresentanza delle istituzioni territoriali”. Dietro tale definizione, volutamente generica, si cela a ben vedere un’eterogeneità di interessi e di istanze che sarà molto difficile — per non dire impossibile — rappresentare in maniera unitaria od integrata riconducendole ad unità reale.

Ciò, tanto più se si considera che delle istituzioni territoriali fanno parte le Regioni, ma anche le Città metropolitane (le Province saranno abolite), i comuni di medie, piccole e piccolissime dimensioni che compongono il variegato sistema italiano delle autonomie. Quali interessi riusciranno allora prevalenti in Senato ed otterranno una rappresentanza in quella sede?
E’ vero, dunque, che la riforma pone mano alla questione del bicameralismo italiano (perfetto, quanto meno sul piano dei poteri e delle funzioni assegnate alle due Assemblee), da troppo tempo inteso come uno dei mali endemici del nostro assetto di democrazia parlamentare. Ma ciò non significa che tale questione trovi finalmente un’adeguata soluzione, in grado di assicurare una chiara individuazione degli interessi territoriali ivi rappresentati e di favorire, per ciò, un’adeguata mediazione con gli interessi unitari tutelati dalla Camera elettiva.

E’ del tutto verosimile, anzi, supporre — senza fare troppo esercizio di fantasia o di pessimismo costituzionale — che il nuovo assetto organizzativo possa generare non poche conflittualità, soprattutto nel momento in cui la maggioranza politica presente alla Camera dei deputati non trovi corrispondenza in quella che è presente in Senato, somma di consiglieri e sindaci-senatori.

Chi riesce rafforzato dalla riforma costituzionale?

Di certo i partiti politici vedranno rafforzato il loro potere decisionale e di influenza sul personale politico all’interno delle istituzioni parlamentari. Del resto, basti porre mente alle dinamiche di alcune esperienze comparate (ad esempio la Germania), in cui la portata dell’azione della rappresentanza all’interno dell’Assemblea composta dai governi statali tendeva a mutare in ragione della sintonia o meno di tratto politico con la Camera parlamentare. La conseguenza era quella di una sorta di elusione del dettato costituzionale, con una negoziazione generale tra le due assemblee in merito all’approvazione della gran parte delle leggi federali.
a la riforma rafforza anche la posizione dell’esecutivo, nella misura in cui il nuovo assetto organizzativo insieme ad una legge elettorale di marcata impronta maggioritaria ne consolida la capacità di indirizzo sulla condotta della sua maggioranza parlamentare.

Da parte di alcuni, politici e non, si preconizza poi un miglioramento della legislazione, nel suo procedimento come nelle sue fonti.
Ma non è vero. In primo luogo, non può essere il mero richiamo a nuovi modelli di democrazia diretta, come i referendum propositivi, che tuttavia necessiteranno di una ulteriore legge costituzionale istitutiva, a giustificare tanto entusiasmo, e nemmeno la previsione di tempi certi e di limiti formali alla decretazione d’urgenza, definiti sulla scorta di una legislazione precedente.

Inoltre, sarebbe quanto meno azzardato prefigurare un miglioramento della legislazione con il nuovo quadro costituzionale di riferimento, che definisce procedimenti legislativi differenziati a seconda delle diverse modalità di intervento del Senato (leggi bicamerali, leggi monocamerali ma con possibilità di emendamenti da parte del Senato, differenziate a seconda che tali emendamenti possano essere respinti dalla Camera a maggioranza semplice o a maggioranza assoluta).

Verosimile è ritenere, invece, che ciò finisca per innalzare il livello delle incertezze e dei conflitti interistituzionali che pure la riforma — a detta dei suoi promotori — intende attenuare o eliminare, con la conseguenza di lasciar crescere il contenzioso costituzionale, tanto in relazione ai giudizi di legittimità costituzionale, quanto ai conflitti di attribuzioni intersoggettivi.

Ma nemmeno è vero che il rinvio costituzionale ad una disciplina regolamentare del cosiddetto statuto delle opposizioni valga di per sé ad avviare il  transito verso un’alternanza programmatica “regolamentata e trasparentemente garantita”.

In primo luogo, perché tale previsione può significare ex se poco o nulla sul piano pratico, a meno che non fosse la stessa Carta fondamentale a tipizzare ruolo e funzioni delle opposizioni nelle dinamiche della forma di governo. Ma così non è e la previsione non vale molto a chiarire i contenuti della differenza funzionale esistente tra “minoranze” ed “opposizioni”, ai fini dell’azione parlamentare. Peraltro, e a tutto dire, basterebbe una riforma del regolamento parlamentare della Camera dei deputati per formalizzare uno statuto delle opposizioni in cui vengano precisati poteri e competenze assegnate a queste ultime.

In questo contesto, parlare di passo avanti verso un modello di “democrazia decidente” (citando Piero Calamandrei) appare almeno azzardato, se non proprio demagogico. Ma certo è più facile (o semplicistico) etichettare come “conservatori” o  “reazionari” chi solleva critiche di natura tecnico-dogmatica alla riforma piuttosto che confrontarsi con serenità sui profili (tanti, purtroppo…) problematici che presenta il testo prossimo al voto referendario.

Sembra, a chi scrive, che le modifiche apportate al modello di democrazia parlamentare qual è attualmente vigente non vadano senz’altro nella direzione di favorire quella “razionalità sostanziale” che Konrad Hesse, un autorevole costituzionalista tedesco, intende come essenza della democrazia. Non mi sembra, dunque, si viaggi verso il livello delle migliori democrazie liberali europee. Ciò non può passare inosservato, coperto sotto la coltre insidiosa della comunicazione politica partigiana che esalta, di questa riforma, soprattutto il fatto che essa sia passata dopo anni di “giri a vuoto” del Parlamento, seppure… a colpi di maggioranza.

Riforma costituzionale. L’associazione Zancle fa chiarezza in vista del referendum

Articolo di Claudio Panebianco fonte Tempostretto

Link diretto: http://www.tempostretto.it/news/incontri-formativi-riforma-costituzionale-associazione-zancle-fa-chiarezza-vista-referendum.html

Si è svolto nella mattinata di ieri, presso l’aula magna del dipartimento di giurisprudenza dell’università di Messina, il convegno sulla riforma costituzionale organizzato dall’associazione “Zancle”. Dietro il tavolo dei relatori dell’evento, a cui ha preso parte un folto numero di studenti ed interessati, i professori Moschella, Saitta, D’Andrea e Ruggeri

La base di un buon voto è sicuramente, per un cittadino, la corretta informazione. Sapere per quale punto si è chiamati alle urne, dove porre la “x” e cosa pensare fra le tre mura delle cabine sono fattori che dipendono necessariamente dalle spiegazioni che gli aventi diritto possono ottenere. Gli incontri pubblici sono quindi un perno fondamentale di una diffusione plurilaterale in grado di creare urne piene di opinioni e non di segni a caso.

Nel prossimo ottobre, probabilmente, agli Italiani sarà data la possibilità di confermare, con un referendum costituzionale, le modifiche apportate dal ddl Boschi, il quale tocca diversi ambiti del documento di governo: il senato, l’immunità, il metodo di selezione, l’elezione del presidente della Repubblica, il limite sui decreti legge ecc. E’ quindi fondamentale conoscere la natura dei cambiamenti. Seguendo proprio questo spirito, l’associazione “Zancle” ha organizzato il convegno sulla riforma costituzionale, svoltosi ieri mattina nell’aula magna del dipartimento di giurisprudenza dell’università di Messina.

Dietro il tavolo dei relatori hanno preso posto i professori Giovanni Moschella, Antonio Saitta, Luigi D’Andrea ed Antonio Ruggeri. I docenti hanno sottolineato quanto sia importante l’opportunità di non stravolgere i canoni del testo redatto nel 1948, volendo salvaguardare una democrazia nata partecipata e pluralista. Un appello, più che un discorso, rivolto ai ragazzi, affinchè la loro preferenza possa servire per bloccare una macchina che, travestita da progresso nasconde invece i pericoli di un sovvertimento istituzionale.

Vincenzo Signoriello, vicepresidente del gruppo, ha dichiarato a seguito dell’evento “L’associazione è da alcuni mesi a lavoro nell’ambito sociale cittadino. Con questo convegno ci siamo per la prima volta concentrati sull’ambito accademico ed il nostro scopo era quello di fare informazione estranea da ogni logica politica, una diffusione non schierata su di un argomento fondamentale su cui noi giovani dovremo dire la nostra. L’evento sicuramente è stato un’ottima occasione per conoscere al meglio i vari ambiti e partecipare al voto di Ottobre con maggiore consapevolezza”.

Riforma costituzionale: il fronte del no interno al Pd

di Bernardo Basilici Menini

 

Nei tempi dello strapotere sull’interno del partito, i conti del premier non quadrano come forse si aspettava. Da un lato, lo vediamo, Renzi ha egemonizzato il Pd. Soprattutto nella direzione nazionale, in tanti si sono uniformati alla nuova linea. I pochi che ancora resistevano sono caduti nel tranello tanto politico quando comunicativo del Presidente del Consiglio: “Io sono il nuovo, l’Italia vuole il nuovo. La mia linea non è in discussione, ma se volete potete “sfiduciarmi” di fronte a un paese intero, facendo la parte del vecchio Pd, della vecchia oligarchia che non vuole cambiare lo stato delle cose. E a quel punto potete liberamente patirne le conseguenze”.

 

Il gioco è riuscito, almeno a giudicare da quanti sono partiti con le proteste, le hanno fatte diventare aperte minacce di abbandono del partito, per poi, sommessamente, fare un passo indietro limitandosi a borbottare, aspettando forse il momento in cui Renzi, in calo di popolarità, sarà attaccabile senza troppi contraccolpi. In pochi sono usciti veramente e ancora meno sono i grandi nomi, quelli “da prima pagina”, la nomenclatura che per anni ha retto le sorti del centrosinistra.

 

Tutto è perduto dentro il PD? No, per il momento non sembra. Il primo avversario di Renzi, l’unico che ha mantenuto un certo peso interno, è Gianni Cuperlo, intorno al quale si riunita quella minoranza che non ha mai digerito il Partito Democratico 3.0 di Renzi. Cuperlo non ha mai mancato di sottolineare la sua opposizione al Premier nella direzione nazionale, e pare che anche nella questione Italicum-riforma costituzionale abbia fatto guerra a Renzi. Dopo l’approvazione, di fronte all’idea sempre renziana difar promuovere il referendum “plebiscitario” dalla maggioranza (anziché, come la prassi indica, portato avanti dalle opposizioni), la corrente cuperliana si è nuovamente schierata contro: “Quando si cambia un terzo della Costituzione con una maggioranza semplice dare l’ultima parola ai cittadini è una decisione sacrosanta e che io condivido. Semplicemente ho ritenuto più giusto che a essere protagoniste della richiesta del referendum fossero quelle forze che quella riforma non hanno condiviso”. Da Renzi e dai suoi fedelissimi (e neo-fedelissimi, come Stefano Esposito), la risposta è stata secca: “Sarebbe ora che il Pd smettesse di farsi del male da solo”. Forse. Magari sarebbe meglio se smettesse di fare del male anche alla Democrazia.

 

Ma la minoranza nazionale non è l’unico avversario di cui Renzi dovrebbe avere paura. I veri oppositori stanno a un altro livello. Gli amministratori locali, infatti, sono sul piede di guerra. Sindaci o governatori inferociti per i tagli sugli enti territoriali, contrari all’andamento liberista e antiparlamentare, potrebbero presto “scendere in campo”. Magari candidandosi alla segreteria nazionale, raccogliendo il vasto fronte dei contrari e sfilando la poltrona di capo di partito a Renzi. Un’opzione pericolosa per quest’ultimo, che perderebbe il controllo totale sull’interno esercitato fino a questo momento e si troverebbe nella situazione di affrontare i grandi temi in modo collegiale. Oppure, ipotesi da non sottovalutare, ostacolando l’attuazione delle riforme renziane su scala locale, facendole fallire con un sabotaggio amministrativo e contribuendo a minare l’immagine di infallibilità di cui il Premier si ammanta.

 

Insomma, sembra esserci qualcosa di nuovo sul fronte occidentale.

Il tripolarismo del sistema politico italiano e l’inadeguatezza dell’Italicum

di Matteo Roselli

 

L’Italicum è stato più volte pubblicizzato dal Governo come un sistema elettorale in grado di dare un vincitore certo il giorno dopo le elezioni: ma a che prezzo? È la domanda che ci si pone analizzando le ultime elezioni e i recenti dati dei sondaggi sulle intenzioni di voto. L’Analisi di entrambi i dati mostra un’Italia sempre più a carattere tripolare se calcoliamo il centrodestra come listone, mentre in caso contrario abbiamo comunque una Lega Nord sempre più forte con il 14.9% dei voti e Forza Italia che si mantiene sopra il 10%, con PD e Movimento 5 Stelle tra il 27 e il 30%. Dati che non possono coincidere con gli intenti dell’Italicum, che vedrebbe l’Italia divisa in sole due forze politiche, oltre ad un forte e ingiustificato “super premio” di maggioranza alla lista vincente.

Un sistema più congeniale per rappresentare la pluralità espressa dalle urne potrebbe essere quello proporzionale svizzero. In Svizzera la forte frammentazione (parliamo di ben 5 partiti che si spartiscono la torta elettorale) ha spinto ad una concertazione tra le forze politiche, che si spartiscono il potere attraverso un sistema di rotazione nei ruoli strategici. In questo modo è garantita sia la governabilità che la rappresentanza.

Riforma della Costituzione: un premier assoluto e la sepoltura della sussidiarietà

Articolo di Pietro Piccinini fonte Tempi

Link diretto: http://www.tempi.it/riforma-costituzione-un-premier-assoluto-e-la-sepoltura-della-sussidiarieta#.Vx-NpDCLTid

Matteo Renzi ha deciso di giocarsi tutto, sulla legge che porta il nome del suo ministro “preferito”, Maria Elena Boschi. È dalla conferenza stampa di fine anno che il premier giura: se non passerà al referendum, avrò fallito e «ne trarrò le conseguenze». La riforma costituzionale Boschi-Renzi è stata infatti approvata dal parlamento ma senza la maggioranza dei due terzi dei membri di ciascuna camera, perciò toccherà agli elettori la decisione definitiva se prendere o lasciare. A ottobre, probabilmente domenica 16 (la data più accreditata attualmente), l’Italia sarà chiamata a depositare nelle urne il proprio parere su una serie di modifiche non indifferenti alla Costituzione “più bella del mondo”, ma per volontà dello stesso leader del Pd, la scelta dei cittadini dovrà essere appesantita da un doppio dilemma, perché per Renzi «il “no” al referendum sulle riforme è inspiegabile con argomenti di merito. Si spiega solo con l’odio verso di me».

L’ultima volta che il paese si è trovato davanti a un referendum costituzionale, giugno 2006, il fautore della riforma, poi affondata dal 61,3 per cento di voti contrari, era il centrodestra di Berlusconi e Bossi. All’epoca il professore Luca Antonini, parlando con Tempi in vista della consultazione, non prese una posizione, pur avendo contribuito con i suoi studi alle modifiche in palio. Da una parte non si riconosceva nell’opposizione della sinistra che ostentava una specie di «idolatria» della Carta (la-costituzione-non-si-tocca), strumentale in realtà a una guerra tutta politica contro il Cavaliere; dall’altra criticava il centrodestra che aveva preteso di riscrivere una parte delle regole del gioco democratico senza ricercare il consenso degli avversari, “a colpi di maggioranza”, come si dice in politichese. Disse Antonini a questo giornale: assurdo ridurci a ingoiare o rigettare in blocco per via referendaria un pacchetto di riforme così importanti e complesse.

Per alcuni versi oggi sembra di rivedere lo scontro di quei mesi, solo a parti invertite. Come ribaltati rispetto al 2006 sono alcuni dei temi cruciali inclusi nella legge Boschi (vedi il federalismo, per esempio: allora si parlava di “devolution”, adesso si prospetta la ricentralizzazione di molte competenze dalle regioni a Roma). Proprio per questo Antonini è una delle persone a cui bisogna per forza chiedere un giudizio sulla riforma: oltre a essere professore di Diritto costituzionale all’Università di Padova, ha guidato dalla nascita la Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale (Copaff), finché nel novembre scorso ha scritto al ministro Padoan per dimettersi dall’incarico, visto che il governo Renzi ha di fatto «esautorato» l’organismo seppellendone gli sforzi. Appunto.

Professor Antonini, è vero, come dicono i contrari, che la riforma elimina la politica sostituendola con il decisionismo?
Prima una precisazione: sicuramente il superamento del bicameralismo paritario perfetto era una necessità. Fu introdotto nella Costituzione nel 1948, e a quei tempi c’erano buone ragioni per dare centralità al parlamento in modo da evitare la concentrazione del potere nel governo. Era naturale, si usciva dal periodo fascista e i costituenti lo fecero in modo molto deciso: per questo il governo dipende dalla fiducia di Camera e Senato, che hanno addirittura due leggi elettorali diverse. Questo meccanismo però aveva una ratio finché valeva anche la regola secondo cui “le istituzioni rappresentano, i partiti decidono”, finché c’è stato cioè un sistema di partiti molto forte, in virtù del quale, durante la Prima Repubblica, anche a fronte della instabilità dei governi di fatto non veniva mai meno una continuità nella linea politica. Con la Seconda Repubblica il nostro bicameralismo è diventato un problema dirompente, perché all’instabilità dei governi si è aggiunta la mancanza di continuità politica. Quindi andava riformato, come hanno evidenziato anche le “commissioni dei saggi” di Napolitano e di Letta. Il problema qual è? Che in questa riforma il superamento è realizzato malissimo. Il Senato è un pasticcio, è quasi un ente inutile.

Ma la parola d’ordine del governo non era proprio “abolizione del Senato”?
No, l’intento era di superare il bicameralismo paritario perfetto creando un sistema conforme al decentramento, quindi con un Senato rappresentativo delle regioni. Invece il nuovo Senato non è il Bundesrat tedesco e nemmeno il Senato americano, è privo di potere sostanziale, composto da consiglieri regionali e sindaci in modo pasticciato. In più sarà espressione di una maggioranza politica diversa da quella della Camera, la quale sarà eletta con l’Italicum. Ed è questo il vero connubio esplosivo: quello tra la riforma Boschi e l’Italicum. L’Italicum è una brutta copia del Porcellum dichiarato incostituzionale, prevede ancora sostanzialmente le liste bloccate (perciò di fatto anche questo sarà “un parlamento di nominati”) e assegna un enorme premio di maggioranza al partito che al ballottaggio raggiunge il più alto numero di voti. Quindi un partito con il 25-27 per cento dei consensi può diventare maggioranza alla Camera e decidere tutto. Vedo un fortissimo rischio di “premierato assoluto”, che secondo me metterebbe in pericolo la tenuta democratica del sistema. Anche perché questa maggioranza “facile” ottenuta grazie all’Italicum, in virtù della riforma permette di condizionare tutte le nomine che fa il parlamento (Csm, Corte costituzionale, presidente della Repubblica…). Viene meno tutto il meccanismo di “check and balance” previsto dalla Costituzione. Secondo me è grave.

Lei sarà sicuramente sensibile a un’altra obiezione mossa da più parti alla legge Boschi, quella secondo la quale la riforma si muove in direzione esattamente opposta al federalismo.
Sì. La riforma ricentralizza enormemente i poteri, molto di più di quello che era doveroso fare. Era giusto tentare di rimediare agli eccessi della riforma del Titolo V, riportando al centro materie come le grandi reti di trasporto e la distribuzione nazionale dell’energia, che erano state impropriamente decentrate. Qui però si è andati ben oltre. Il problema è l’introduzione della “clausola di supremazia”, una clausola-vampiro che permetterà allo Stato di riassorbire qualsiasi competenza regionale, e questo anche nei confronti delle regioni che funzionano. Se passasse la riforma, dunque, probabilmente anche Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Toscana assisterebbero a una fortissima ricentralizzazione, che però non avrebbe alcuna giustificazione, perché in queste regioni la sanità per esempio è un modello di efficienza a livello internazionale, tra i pochi casi in cui l’Italia si è meritata i primi posti nelle classifiche Ocse. Ricentralizzare in queste regioni significherebbe portare inefficienza e costi. Tra l’altro per poterlo fare basterebbe il voto della maggioranza della Camera, che grazie all’Italicum ci sarebbe sempre, per definizione. Il Senato potrebbe solo esprimere un parere. Così verrebbe meno non solo il pluralismo politico, ma anche il pluralismo istituzionale. È un attacco al principio di sussidiarietà.

Da sinistra Gustavo Zagrebelsy denuncia il tentativo di sostituire la democrazia con «un sistema opposto di oligarchia». Non è un termine eccessivo?
Purtroppo secondo me il termine è molto corretto. È davvero grave l’attacco al principio di sussidiarietà. Questo per altro mentre le regioni a statuto speciale vengono esentate dalla riforma. Regioni come la Sicilia, dove l’autonomia speciale negli ultimi trent’anni è stata la causa del fallimento dello sviluppo dell’isola, non vengono toccate. Sono risparmiate tanto le autonomie speciali gravemente inefficienti quanto quelle che funzionano, grazie però a enormi privilegi finanziari. Questa era l’occasione per riequilibrare il sistema, non è stato fatto.

Però vengono introdotti «costi e fabbisogni standard per promuovere condizioni di efficienza per le funzioni pubbliche dei comuni, delle città metropolitane e delle regioni». Non è soddisfatto di questo?
Quella sul costo standard come criterio di finanziamento delle regioni e dei comuni è stata una mia battaglia personale, condotta in innumerevoli audizioni parlamentari e finalmente vinta, visto che i costi standard ora vengono costituzionalizzati. Peccato che non si applicheranno proprio alla Sicilia, la regione dove sarebbe in assoluto più opportuno farlo.

Almeno la revisione delle norme sui referendum ci restituirà un po’ di democrazia reale?
Sono misure assolutamente limitate. La vera forma della democrazia è la democrazia rappresentativa. Il referendum può essere solo un correttivo in un sistema che funziona, ma questo sistema, così come è congegnato, non funziona.

Però il numero dei senatori si riduce di oltre due terzi (saranno 100 al massimo) e i costi della politica si abbassano. Dice Renzi: «Come si fa a dire no al taglio dei parlamentari?».
È un argomento molto demagogico perché i veri costi della politica non vengono toccati secondo me. Anzi. Il costo della politica più alto è quello dell’inefficienza, e questa riforma produce più inefficienza. L’Italia non è la Francia, che ha una valida amministrazione centrale: riportare il centralismo in Italia, anche nelle regioni che funzionano, produrrà costi molto ma molto più alti dei risparmi ottenuti con il taglio delle poltrone dei senatori. Inefficienze e corruzione si annidano soprattutto a livello centrale, come dimostrano tanti scandali recenti.

Non le piace neanche l’introduzione del principio di responsabilità per gli amministratori regionali e locali, che li esclude dall’esercizio delle funzioni «in caso di accertato stato di dissesto» dei conti?
Sì, questo è positivo. Riprende la nostra riforma del federalismo fiscale. Il problema è che ormai queste regioni sono completamente svuotate. Si introduce il fallimento politico degli amministratori del federalismo ma non c’è più il federalismo. Siccome si ricentralizza così tanto, sarebbe stato meglio introdurlo per gli amministratori statali.

Napolitano difende la riforma perché garantisce stabilità di governo.
Sì, questa riforma garantisce stabilità. Però anche il governo Mussolini è stato stabile, il più stabile della storia italiana.

Addirittura Mussolini?
Voglio solo dire che la stabilità non è un valore assoluto, lo è quando rispetta il sistema democratico. Se è la stabilità di una minoranza a cui viene assegnata la maggioranza di un parlamento di nominati, io qualche problema me lo pongo.

E se cambiasse la legge elettorale, sarebbe così critico lo stesso?
Dipende da quale legge elettorale sarebbe approvata. Per ora il pacchetto è un pacchetto unitario. Per di più, altra scelta assolutamente impropria, Renzi ha fatto diventare il referendum sulla riforma costituzionale un voto su se stesso. Questo è decisamente contrario alla tradizione della democrazia italiana: la scrittura della Costituzione fu un atto fondamentale di altissima dignità istituzionale da parte di tutti i componenti dell’Assemblea costituente, da La Pira a Moro a Togliatti. Invece la pretesa di personalizzare un referendum su una riforma costituzionale di questa portata è scandalosa.

Si ripete alla rovescia lo schema polemico del 2006?
Non direi. Né Berlusconi né la Lega interpretarono il referendum costituzionale come un voto su di loro. Renzi invece lo ha caratterizzato in questi termini in modo del tutto anomalo, un inedito assoluto nella storia repubblicana. 

Anche i partigiani votano no alla riforma costituzionale

di Matteo Roselli

Le parole del comitato nazionale dell’ANPI non lasciano dubbi: «considera la Riforma del Senato e la legge elettorale, così come approvate dal Parlamento, un vulnus al sistema democratico di rappresentanza ed ai diritti dei cittadini, in sostanza una riduzione degli spazi di democrazia» . Una presa di posizione forte in difesa della Costituzione, contro un governo che dovrebbe rappresentare i valori della Resistenza e invece punta su un autoritarismo sempre più stringente. Arroccarsi gran parte dei poteri in seno al Senato e alle Regioni e far passare una legge elettorale che garantisce la maggioranza assoluta, ad una forza politica che non rappresenta nemmeno il 50% del paese, sono due chiare dimostrazioni di questo intento.

Una mancanza di democrazia che si può ravvisare facilmente anche nell’iter parlamentare. Queste le parole del presidente dell’Anpi Smuraglia: «La scena della prima seduta parla da sola: i banchi semivuoti, tutte le opposizioni assenti. È l’esatto contrario di ciò che avrebbe voluto il legislatore costituente, anche con l’articolo 138: modifiche apportaste con largo consenso e non con una semplice maggioranza di Governo».

Come da tradizione renziana, quando non si può contrattaccare in maniera ragionata a delle accuse, si attacca direttamente la persona che le ha pronunciate. Ed è stata questo il metodo utilizzato da Fabrizio Rondolino sull’Unità, che ha attaccato personalmente il presidente dell’Anpi Smuraglia, dicendo che le sue parole non hanno senso e mettendo in dubbio la legittimità del suo ruolo all’interno dell’associazione. Quando nemmeno i sostenitori della riforma riescono a giustificarla di fronte a delle accuse, diventa ancora più naturale dubitare della sua validità.

Perché la riforma costituzionale rappresenta un danno e non un miglioramento

di Matteo Roselli

“…potenziale fonte di nuove disfunzioni del sistema istituzionale e nell’appannamento di alcuni dei criteri portanti dell’impianto e dello spirito della Costituzione” queste parole riassumono in maniera adeguata il contenuto del documento presentato da 50 costituzionalisti sulla riforma costituzionale.

All’interno di esso vengono espresse le maggiori criticità di questa riforma. Si parla prima di tutto di una riforma di carattere maggioritario, che quindi non può minimamente rappresentare la pluralità espressa dalla costituzione. Quella che doveva presentarsi come una riforma condivisa per migliorare la costituzione si è trasformata in una lotta a carattere politico, su cui il governo ha addirittura scommesso la sua permanenza. Altro punto importante riguarda il forte depotenziamento del senato e delle regioni. Da una parte si avrebbe un senato privo di buona parte dei poteri riguardanti l’approvazione delle leggi regionali e dall’altra si assisterebbe ad una perdita di buona parte delle competenze legislative da parte delle regioni. Tutto questo a favore di un maggior potere del governo che a conti fatti si annette mansioni che non gli competono e di conseguenza porta ad uno squilibrio dei poteri.

La riforma ha puntato molto anche sul contenimento dei costi, ma in realtà il Senato e gli enti provinciali vengono utilizzati come capro espiatorio per non razionalizzare le dimensioni territoriali di tutti gli enti della Repubblica. Oltre a questo non viene garantita nessuna sede che sostituisca il CNEL, andando di conseguenza a danneggiare ancora di più il tessuto partecipativo che è linfa della democrazia.

Motivi che spingono a bocciare senza riserve questa riforma che rischia di rovinare invece che migliorare la Costituzione del nostro paese.

Di seguito potete trovare il testo originale completo.

Di fronte alla prospettiva che la legge costituzionale di riforma della Costituzione sia sottoposta a referendum nel prossimo autunno, i sottoscritti, docenti, studiosi e studiose di diritto costituzionale, ritengono doveroso esprimere alcune valutazioni critiche. Non siamo fra coloro che indicano questa riforma come l’anticamera di uno stravolgimento totale dei principi della nostra Costituzione e di una sorta di nuovo autoritarismo. Siamo però preoccupati che un processo di riforma, pur originato da condivisibili intenti di miglioramento della funzionalità delle nostre istituzioni, si sia tradotto infine, per i contenuti ad esso dati e per le modalità del suo esame e della sua approvazione parlamentare, nonché della sua presentazione al pubblico in vista del voto popolare, in una potenziale fonte di nuove disfunzioni del sistema istituzionale e nell’appannamento di alcuni dei criteri portanti dell’impianto e dello spirito della Costituzione.

 

  1. Siamo anzitutto preoccupati per il fatto che il testo della riforma – ascritto ad una iniziativa del Governo – si presenti ora come risultato raggiunto da una maggioranza (peraltro variabile e ondeggiante) prevalsa nel voto parlamentare (“abbiamo i numeri”) anziché come frutto di un consenso maturato fra le forze politiche; e che ora addirittura la sua approvazione referendaria sia presentata agli elettori come decisione determinante ai fini della permanenza o meno in carica di un Governo. La Costituzione, e così la sua riforma, sono e debbono essere patrimonio comune il più possibile condiviso, non espressione di un indirizzo di governo e risultato del prevalere contingente di alcune forze politiche su altre. La Costituzione non è una legge qualsiasi, che persegue obiettivi politici contingenti, legittimamente voluti dalla maggioranza del momento, ma esprime le basi comuni della convivenza civile e politica. E’ indubbiamente un prodotto “politico”, ma non della politica contingente, basata sullo scontro senza quartiere fra maggioranza e opposizioni del momento. Ecco perché anche il modo in cui si giunge ad una riforma investe la stessa “credibilità” della Carta costituzionale e quindi la sua efficacia. Già nel 2001 la riforma del titolo V, approvata in Parlamento con una ristretta maggioranza, e pur avallata dal successivo referendum, è stato un errore da molte parti riconosciuto, e si è dimostrata più fonte di conflitti che di reale miglioramento delle istituzioni.

 

  1. Nel merito, riteniamo che l’obiettivo, pur largamente condiviso e condivisibile, di un superamento del cosiddetto bicameralismo perfetto (al quale peraltro sarebbe improprio addebitare la causa principale delle disfunzioni osservate nel nostro sistema istituzionale), e dell’attribuzione alla sola Camera dei deputati del compito di dare o revocare la fiducia al Governo, sia stato perseguito in modo incoerente e sbagliato. Invece di dare vita ad una seconda Camera che sia reale espressione delle istituzioni regionali, dotata dei poteri necessari per realizzare un vero dialogo e confronto fra rappresentanza nazionale e rappresentanze regionali sui temi che le coinvolgono, si è configurato un Senato estremamente indebolito, privo delle funzioni essenziali per realizzare un vero regionalismo cooperativo: esso non avrebbe infatti poteri effettivi nell’approvazione di molte delle leggi più rilevanti per l’assetto regionalistico, né funzioni che ne facciano un valido strumento di concertazione fra Stato e Regioni. In esso non si esprimerebbero le Regioni in quanto tali, ma rappresentanze locali inevitabilmente articolate in base ad appartenenze politico-partitiche (alcuni consiglieri regionali eletti – con modalità rinviate peraltro in parte alla legge ordinaria – anche come senatori, che sommerebbero i due ruoli, e in Senato voterebbero ciascuno secondo scelte individuali). Ciò peraltro senza nemmeno riequilibrare dal punto di vista numerico le componenti del Parlamento in seduta comune, che è chiamato ad eleggere organi di garanzia come il Presidente della Repubblica e una parte dell’organo di governo della magistratura: così che queste delicate scelte rischierebbero di ricadere anch’esse nella sfera di influenza dominante del Governo attraverso il controllo della propria maggioranza, specie se il sistema di elezione della Camera fosse improntato (come lo è secondo la legge da poco approvata) a un forte effetto maggioritario.

 

  1. Ulteriore effetto secondario negativo di questa riforma del bicameralismo appare la configurazione di una pluralità di procedimenti legislativi differenziati a seconda delle diverse modalità di intervento del nuovo Senato(leggi bicamerali, leggi monocamerali ma con possibilità di emendamenti da parte del Senato, differenziate a seconda che tali emendamenti possano essere respinti dalla Camera a maggioranza semplice o a maggioranza assoluta), con rischi di incertezze e conflitti.

 

  1. L’assetto regionale della Repubblica uscirebbe da questa riforma fortemente indebolito attraverso un riparto di competenze che alle Regioni toglierebbe quasi ogni spazio di competenza legislativa, facendone organismi privi di reale autonomia, e senza garantire adeguatamente i loro poteri e le loro responsabilità anche sul piano finanziario e fiscale (mentre si lascia intatto l’ordinamento delle sole Regioni speciali). Il dichiarato intento di ridurre il contenzioso fra Stato e Regioni viene contraddetto perché non si è preso atto che le radici del contenzioso medesimo non si trovano nei criteri di ripartizione delle competenze per materia – che non possono mai essere separate con un taglio netto – ma piuttosto nella mancanza di una coerente legislazione statale di attuazione: senza dire che il progetto da un lato pretende di eliminare le competenze concorrenti, dall’altro definisce in molte materie una competenza “esclusiva” dello Stato riferita però, ambiguamente, alle sole “disposizioni generali e comuni”. Si è rinunciato a costruire strumenti efficienti di cooperazione fra centro e periferia. Invece di limitarsi a correggere alcuni specifici errori della riforma del 2001, promuovendone una migliore attuazione, il nuovo progetto tende sostanzialmente, a soli quindici anni di distanza, a rovesciarne l’impostazione, assumendo obiettivi non solo diversi ma opposti a quelli allora perseguiti di rafforzamento del sistema delle autonomie.

 

  1. Il progetto è mosso anche dal dichiarato intento (espresso addirittura nel titolo della legge) di contenere i costi di funzionamento delle istituzioni. Ma il buon funzionamento delle istituzioni non è prima di tutto un problema di costi legati al numero di persone investite di cariche pubbliche (costi sui quali invece è giusto intervenire, come solo in parte si è fatto finora, attraverso la legislazione ordinaria), bensì di equilibrio fra organi diversi, e di potenziamento, non di indebolimento, delle rappresentanze elettive. Limitare il numero di senatori a meno di un sesto di quello dei deputati; sopprimere tutte le Province, anche nelle Regioni più grandi, e costruire le Città metropolitane come enti eletti in secondo grado, anziché rivedere e razionalizzare le dimensioni territoriali di tutti gli enti in cui si articola la Repubblica; non prevedere i modi in cui garantire sedi di necessario confronto fra istituzioni politiche e rappresentanze sociali dopo la soppressione del CNEL: questi non sono modi adeguati per garantire la ricchezza e la vitalità del tessuto democratico del paese, e sembrano invece un modo per strizzare l’occhio alle posizioni tese a sfiduciare le forme della politica intesa come luogo di partecipazione dei cittadini all’esercizio dei poteri.

 

  1. Sarebbe ingiusto disconoscere che nel progetto vi siano anche previsioni normative che meritano di essere guardate con favore: tali la restrizione del potere del Governo di adottare decreti legge, e la contestuale previsione di tempi certi per il voto della Camera sui progetti del Governo che ne caratterizzano l’indirizzo politico; la previsione (che peraltro in alcuni di noi suscita perplessità) della possibilità di sottoporre in via preventiva alla Corte costituzionale le leggi elettorali, così che non si rischi di andare a votare (come è successo nel 2008 e nel 2013) sulla base di una legge incostituzionale; la promessa di una nuova legge costituzionale (rinviata peraltro ad un indeterminato futuro) che preveda referendum propositivi e di indirizzo e altre forme di consultazione popolare.

 

  1. Tuttavia questi aspetti positivi non sono tali da compensare gli aspetti critici di cui si è detto. Inoltre, se il referendum fosse indetto – come oggi si prevede – su un unico quesito, di approvazione o no dell’intera riforma, l’elettore sarebbe costretto ad un voto unico, su un testo non omogeneo, facendo prevalere, in un senso o nell’altro, ragioni “politiche” estranee al merito della legge. Diversamente avverrebbe se si desse la possibilità di votare separatamente sui singoli grandi temi in esso affrontati (così come se si fosse scomposta la riforma in più progetti, approvati dal Parlamento separatamente). Per tutti i motivi esposti, pur essendo noi convinti dell’opportunità di interventi riformatori che investano l’attuale bicameralismo e i rapporti fra Stato e Regioni, l’orientamento che esprimiamo è contrario, nel merito, a questo testo di riforma.

 

I firmatari

Francesco AMIRANTE Magistrato

Vittorio ANGIOLINI Università di Milano Statale

Luca ANTONINI Università di Padova

Antonio BALDASSARRE Università LUISS di Roma

Sergio BARTOLE Università di Trieste

Ernesto BETTINELLI Università di Pavia

Franco BILE Magistrato

Paolo CARETTI Università di Firenze

Lorenza CARLASSARE Università di Padova

Francesco Paolo CASAVOLA Università di Napoli Federico II

Enzo CHELI Università di Firenze

Riccardo CHIEPPA Magistrato

Cecilia CORSI Università di Firenze

Antonio D’ANDREA Università di Brescia

Ugo DE SIERVO Università di Firenze

Mario DOGLIANI Università di Torino

Gianmaria FLICK Università LUISS di Roma

Franco GALLO Università LUISS di Roma

Silvio GAMBINO Università della Calabria

Mario GORLANI Università di Brescia

Stefano GRASSI Università di Firenze

Enrico GROSSO Università di Torino

Riccardo GUASTINI Università di Genova

Giovanni GUIGLIA Università di Verona

Fulco LANCHESTER Università di Roma La Sapienza

Sergio LARICCIA Università di Roma La Sapienza

Donatella LOPRIENO Università della Calabria

Joerg LUTHER Università Piemonte orientale

Paolo MADDALENA Magistrato

Maurizio MALO Università di Padova

Andrea MANZELLA Università LUISS di Roma

Anna MARZANATI Università di Milano Bicocca

Luigi MAZZELLA Avvocato dello Stato

Alessandro MAZZITELLI Università della Calabria

Stefano MERLINI Università di Firenze

Costantino MURGIA Università di Cagliari

Guido NEPPI MODONA Università di Torino

Walter NOCITO Università della Calabria

Valerio ONIDA Università di Milano Statale

Saulle PANIZZA Università di Pisa

Maurizio PEDRAZZA GORLERO Università di Verona

Barbara PEZZINI Università di Bergamo

Alfonso QUARANTA Magistrato

Saverio REGASTO Università di Brescia

Giancarlo ROLLA Università di Genova

Roberto ROMBOLI Università di Pisa

Claudio ROSSANO Università di Roma La Sapienza

Fernando SANTOSUOSSO Magistrato

Riforma costituzionale, depositato questa mattina in Cassazione il quesito per chiedere il referendum sulla “deforma” Renzi-Boschi

Alfiero Grandi (vicepresidente del Comitato): «Le decisioni in materia costituzionale riguardano tutti i cittadini e la volontà popolare deve entrare subito in campo. Riforma da respingere perché sottrae potere al popolo accentrandolo nelle mani del presidente del Consiglio».

Un’autorevole delegazione del Comitato per il No nel referendum costituzionale sulla legge Renzi-Boschi, guidata dal presidente prof. Alessandro Pace, e del Comitato contro l’italicum ha depositato questa mattina in Cassazione il quesito con la richiesta di referendum, come previsto dall’articolo 138 della Costituzione, per sottoporre al giudizio popolare la legge costituzionale Boschi-Renzi approvata in via definitiva lo scorso 12 aprile e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 15 aprile. Hanno firmato la richiesta autorevoli giuristi come Alessandro Pace, Massimo Villone, Luigi Ferrajoli e l’ex giudice costituzionale Paolo Maddalena, il giudice Riccardo De Vito, i vice presidenti dei due Comitati, Alfiero Grandi e Anna Falcone, gli avvocati Antonio Pileggi e Enzo Palumbo, oltre ad Antonio Falomi, Giulia Rodano, Vittorio Bardi, Paolo Palma, Franco Russo, Alfonso Gianni, Giovanni Russo Spena, Gianni Ferrara, Pier Luigi Sernaglia.
Si tratta di un’iniziativa, ha dichiarato Alfiero Grandi, «che si rivolge alle elettrici e agli elettori» e si è resa necessaria «per sottolineare che le decisioni in materia costituzionale riguardano tutti i cittadini e che la volontà popolare deve entrare in campo immediatamente». Soprattutto perché, sottolinea Alfiero Grandi, «queste deformazioni della Costituzione, insieme alla nuova legge elettorale ipermaggioritaria fin troppo simile al porcellum» tentano «il ribaltamento dell’assetto costituzionale del 1948 che ha messo al centro i cittadini», mentre «il governo ha voluto ad ogni costo introdurre un assetto istituzionale centrato sul governo e in particolare sulla persona del Presidente del Consiglio. Non è ancora presidenzialismo – aggiunge Alfiero Grandi – ma certamente è una svolta preoccupante nella direzione dell’accentramento del potere in poche mani e di un parlamento definitivamente subalterno all’esecutivo». «Questo cambiamento epocale – conclude Grandi – introdotto in modo confuso, ambiguo, senza un parlamento espressamente delegato a questi cambiamenti e per di più eletto con meccanismi aboliti dalla Corte costituzionale deve essere fermato con il referendum popolare» che «sarà una grande occasione per fermare lo scivolamento del nostro sistema istituzionale nato dalla Resistenza».
Il Comitato conta di raccogliere le 500.000 firme richieste dalla legge nel termine previsto di modo che l’indizione del referendum sia frutto di una mobilitazione di base dei cittadini che vogliono opporsi allo scempio della Costituzione e riaffermare la perenne attualità dei beni pubblici repubblicani che i Costituenti hanno consegnato alle future generazioni.

Il ricorso che ha evitato il sopruso della Questura di Roma

le firme contro l’italicum si raccolgono anche il 16 e 17 aprile STUDIO LEGALE
ADAMI – DE BATTISTA – FERRETTI
Corso d’Italia n. 97 – 00198 Roma
Tel. 06.85303423 – Fax. 06.97615914

ECC.MO TRIBUNALE AMMINISTRATIVO REGIONALE – LAZIO
RICORSO
Per l’Associazione denominata ‘Comitato per il Si nei due referendum abrogativi relativi alla L. 6.5.2015 n. 52’, con sede in Roma, Corso d’Italia 97 rappresentata e difesa dall’Avv. Pietro Adami (C.F. DMAPTR67C06H501Y; pec: pietroadami@ordineavvocatiroma.org), ed elettivamente domiciliata presso lo studio di quest’ultimo, in Roma, Corso d’Italia n. 97, in forza del mandato in calce al presente atto;
ricorrente
contro
MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro dell’ Interno pro tempore, e, con esso e per esso, al CAPO DELLA POLIZIA- Direttore Generale della Pubblica Sicurezza , domiciliato ex lege presso l’Avvocatura dello Stato in Roma, Via dei Portoghesi n. 12,
amministrazione resistente-
nonché contro
QUESTURA DI ROMA, in persona del Questore pro tempore, domiciliata ex lege presso l’Avvocatura dello Stato in Roma, Via dei Portoghesi n. 12,
amministrazione resistente-
per l’annullamento del provvedimento della Questura di Roma con cui è stato disposto il divieto della raccolta firme per i quesiti referendari proposti dalla ricorrente, nei giorni 16 e 17 aprile 2016.
– nonché di ogni altro atto connesso, presupposto e consequenziale, ancorché sconosciuto;
FATTO
Il Comitato per il Si nei due referendum abrogativi relativi alla L. 6.5.2015 n. 52, si costituiva il 18.12.2015, con il seguente oggetto sociale e scopo:
“premesso che
– sulla Gazzetta Ufficiale n. 105 del 8 maggio 2015 è stata pubblicata la legge 6 maggio 2015 n. 52, recante: disposizioni in materia di elezione della Camera dei Deputati;
– tale legge, denominata “italicum” è stata approvata dopo che la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 1/2014, ha dichiarato incostituzionali alcuni aspetti della precedente riforma elettorale, denominata “porcellum” che maggiormente pregiudicavano i diritti politici dei cittadini; in particolare la Corte ha cancellato l’istituto delle liste bloccate, reintroducendo la possibilità dei cittadini di concorrere alla scelta, attraverso il voto di preferenza, dei propri rappresentanti nelle assemblee legislative, pur non essendo la preferenza in linea di principio l’unica modalità per scegliere i propri rappresentanti, ed ha abolito il premio di maggioranza, concesso alla minoranza politica più forte senza soglia alcuna, in quanto consentiva “una illimitata compressione della rappresentatività dell’assemblea parlamentare”, calpestando la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto “che costituisce il principale strumento di manifestazione della sovranità popolare, secondo l’art. 1, secondo comma, Cost”.
– la nuova legge elettorale, lungi dal conformarsi alle prescrizioni della Corte Costituzionale, riproduce, amplificandoli, gli stessi vizi di incostituzionalità del “porcellum”;
– in particolare essa riproduce sostanzialmente l’istituto delle liste bloccate; infatti anche se l’italicum ha bloccato “solo” i candidati capilista, la divisione delle circoscrizioni elettorali in 100 collegi plurinominali, comporta che la maggioranza dei Deputati sarà composta dai candidati indicati dai partiti come capolista;
– inoltre l’italicum aggrava gli effetti distorsivi della volontà espressa dal corpo elettorale che la Corte costituzionale aveva censurato con la sentenza 1/2014, creando una situazione “tale da produrre un’alterazione profonda della composizione della rappresentanza democratica, sulla quale si fonda l’intera architettura dell’ordinamento costituzionale vigente”. Infatti l’istituto del premio di maggioranza senza soglia rimane sostanzialmente invariato in quanto la soglia (del 40%) per l’accesso al premio di maggioranza (che pure comporta effetti distorsivi inaccettabili), viene rimossa attraverso l’istituto del ballottaggio, che consente alla minoranza più fortunata (che non necessariamente corrisponde alla minoranza che abbia ottenuto il maggior numero di voti) di raddoppiare i seggi ottenuti in Parlamento, rispetto ai voti conseguiti, vanificando la manifestazione della sovranità popolare espressa attraverso il voto, in aperto contrasto con il principio supremo dell’eguaglianza;
(omissis)…
per porre rimedio a questa situazione, un gruppo di cittadini, fra i quali rientrano i presenti sottoscrittori, ha promosso due richieste di referendum popolare, ex art. 75 della Costituzione, relative all’abrogazione di parti della legge 6 maggio 2015 n. 52;
– Il primo quesito, che ha per oggetto l’abrogazione dei capilista bloccati e delle pluricandidature, è stato annunziato sulla Gazzetta Ufficiale n.288 del 11 dicembre 2015, come da Comunicato della Corte Suprema di Cassazione, che si allega in calce al presente atto;
– Il secondo quesito, che ha per oggetto l’abrogazione del premio di maggioranza e del ballottaggio, è stato annunziato sulla Gazzetta Ufficiale n. 288 del 11 dicembre 2015, come da comunicato della Corte Suprema di Cassazione, che si allega in calce al presente atto”
Il comitato è presieduto dal costituzionalista Massimo Villone, il presidente onorario è Stefano Rodotà. Al comitato aderivano- come fondatori- tra gli altri Alessandro Pace, Gianni Ferrara, Gaetano Azzariti, Felice Besostri, Livio Pepino, Giovanni Palombarini, Lorenza Carlassare, Paolo Maddalena, e Giuseppe Ugo Rescigno, Claudio De Fiores solo per citare alcuni tra i giuristi aderenti.
– Come noto la legge n. 352 del 1970 disciplina il ricorso alle consultazioni referendarie abrogative previste dall’art.75 Costituzione
La suddetta legge prevede che:
“Il deposito presso la cancelleria della Corte di cassazione di tutti i fogli contenenti le firme e dei certificati elettorali dei sottoscrittori deve essere effettuato entro tre mesi dalla data del timbro apposto sui fogli medesimi” (art. 28)
“Le richieste di referendum devono essere depositate in ciascun anno soltanto dal 1º gennaio al 30 settembre” (art. 32)
Dunque ci sono solo 90 giorni per raccogliere le firme referendarie e, stante il periodo estivo e la scadenza di settembre, essi cadono nella stagione primaverile.
– Il comitato apponeva il timbro sui fogli in data 4 aprile 2016. Dunque da quella data decorrevano i tre mesi per la consegna delle firme.
– Onde procedere alla raccolta firme nel fine settimana del 16 e 17 aprile 2016 il comitato ricorrente presentava alla Questura di Roma il seguente preavviso:
Alla Questura di Roma
Il Sottoscritto Pietro Adami, per conto dell’Associazione “Comitato per il Si nei due referendum abrogativi relativi alla L. 6.5.2015 n. 52”, comunica che nei sottoelencati giorni località e date cinque persone per sito, raccoglieranno delle firme per il referendum abrogativo della legge elettorale, nonché per altri quesiti referendari:
Via Nardini in prossimità civico 1; Piazza Crati; Piazza Gimma; via Tiburtina in prossimità supermercato Elite; Via Tiburtina angolo Via dei Sardi; Piazza Bologna; Via Catania (in prossimità del mercato comunale); Piazza Verbano; Piazza Fiume; Piazza dell’Immacolata; Piazza Sempione; Piazzetta Madonna dei Monti; p.zza Vittorio angolo via dello Saturo; piazza del Pigneto area pedonale; via Appia Nuova zona Alberoni, altezza civico 448, Centro commerciale Happio ; Via Appia Nuova in prossimità libreria Feltrinelli; Viale Pico della Mirandola altezza Mercato della Montagnola; V.le Marconi in prossimità libreria Feltrinell;Piazzale di Ponte Milvio (con esclusivo riferimento al giorno 16 aprile, e 17 aprile fino alle ore 12).
Le iniziative si svolgeranno nei giorni 16 e 17 aprile 2016 dalle ore 10 alle ore 18,30.
Comunico che sono stato edotto che in alcune località nell’allegata comunicazione sono già state presentate altre iniziative da parte di altre forze politiche. Pertanto sarà nostra cura posizionarci in modo tale da evitare intralcio”.
Il testo del preavviso era redatto sulla base del modello predisposto dalla Questura che, peraltro, nel fine settimana precedente, non aveva sollevato alcuna obiezione in relazione ai medesimi luoghi.
– Al momento del deposito dell’istanza, i funzionari della Questura preannunciavano l’intenzione di formalizzare al Comitato richiedente un divieto di raccolta firme, in tutti i luoghi indicati ed in entrambi i giorni.
Affermavano che in data corrispondente si doveva tenere la consultazione referendaria , c.d. Trivelle, e dunque si verteva in un’ipotesi di ‘silenzio elettorale’. Veniva subito fatto notare che la raccolta delle firme – per un altro referendum- non è una manifestazione di propaganda elettorale. Il presentatore contestava anche che la raccolta si potesse inquadrare nel concetto di riunione. Inoltre affermava che avrebbe accettato prescrizioni, vale a dire, ad esempio il divieto di esporre simboli SI e NO, oppure un numero massimo di volontari ai banchetti. Segnalava altresì come la questione fosse rilevante visto che nei 90 giorni di legge, a Roma, cadevano ben tre appuntamenti elettorali (referendum trivelle, elezioni comunali e ballottaggio).
– Ciò nonostante il giorno …..perveniva da parte della Questura la comunicazione di divieto ……
Tale atto è illegittimo per le ragioni che si esporranno in
DIRITTO
1 VIOLAZIONE DI LEGGE. VIOLAZIONE DELL’ART.17 DELLA COSTITUZIONE. VIOLAZIONE DELL’ART.9 DELLA L. 212 DEL 4 APRILE 1956. ECCESSO DI POTERE PER CONTRADDITTORIETA’ ED ILLOGICITA’ MANIFESTA.
L’art.9 della L. 212 del 4 aprile 1956 prevede:
“1. Nel giorno precedente ed in quelli stabiliti per le elezioni sono vietati i comizi, le riunioni di propaganda elettorale diretta o indiretta, in luoghi pubblici o aperti al pubblico, la nuova affissione di stampati, giornali murali o altri e manifesti di propaganda.
2. Nei giorni destinati alla votazione altresì è vietata ogni forma di propaganda elettorale entro il raggio di 200 metri dall’ingresso delle sezioni elettorali”.
E’ chiaro che la suddetta norma non può fondare il diniego alla attività di raccolta firme referendarie sotto diversi profili.
a) In primo luogo lo preclude il testo dell’art. 17 Cost:
I cittadini (1) hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi [654, 655] (2).
Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso.
Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica .
Quindi non ogni potenziale violazione di norme autorizza la Questura a vietare preventivamente la riunione.
Il divieto preventivo può essere disposto solo per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.
Non v’è bisogno di ricordare che il diritto di riunione è un diritto strumentale all’esercizio di altri, e più rilevanti, diritti costituzionali. Il costituente ha previsto che le riunioni non debbano essere autorizzate, ma esse possano solo essere vietate per motivi specifici. In particolare solo quando la riunione ponga in pericolo beni giuridici di grande rilievo sicurezza ed incolumità pubblica.
Solo se beni giuridici di valore ancor più elevato, vale a dire la incolumità delle persone, è posta in pericolo, è possibile vietare alle persone di riunirsi. In nessun altro caso.
Quindi non può essere proibita la riunione perchè si teme che il gruppo possa, ad esempio, sporcare per terra. In tali casi la riunione deve essere permessa, salvo poi impedire o sanzionare la condotta contra legem .
Nel caso di specie è evidente come il divieto di attività di raccolta firme sia del tutto sproporzionato, rispetto al bene giuridico tutelato.
La norma della legge 212 del 1956, infatti, ha evidentemente ad oggetto la regolamentazione della campagna elettorale. Si vuole evitare che a ridosso delle votazioni vi siano comizi o riunioni che possano condizionare l’esito del voto.
E’ importante però osservare come non ogni forma di propaganda sia vietata. Infatti il comma 2 dell’art.9 della suddetta legge prevede che “Nei giorni destinati alla votazione altresì è vietata ogni forma di propaganda elettorale entro il raggio di 200 metri dall’ingresso delle sezioni elettorali”.
Dunque oltre i 200 metri dai seggi è ammessa la propaganda, addirittura con riferimento alle specifiche elezioni in corso. Tanto è vero che tradizionalmente si ritiene consentito il mero ‘volantinaggio’, purchè oltre i 200 metri dai seggi.
Se la propaganda è dunque ammessa, sia pure con tali limitazioni, è chiaro che nel caso di specie il divieto posto dalla Questura, in presunta ottemperanza al disposto della legge 212 del 1956, alla mera raccolta firme è del tutto sproporzionato.
Il divieto preventivo, come detto, può essere disposto solo per la tutela della pubblica incolumità o sicurezza. Il bene giuridico tutelato dalla legge 212 del 1956 in nessun modo può essere assimilato alla incolumità fisica delle persone.
Peraltro è chiaro che il concetto di incolumità non si può interpretare estensivamente. La norma dell’art. 17 cost. laddove stabilisce eccezioni al più generale principio di libertà di riunione, evidentemente, per il carattere di eccezionale compressione di diritti costituzionali fondamentali, va interpretato restrittivamente.
Nel caso di specie – quindi- non poteva essere disposto il divieto di raccolta firme, per scongiurare il pericolo che i raccoglitori delle firme per il referendum elettorale potessero ‘influenzare’ il voto sul referendum ‘trivelle’.
***
b) sotto altro profilo, anche a voler ammettere un potere di divieto preventivo della Questura per prevenire ogni forma di violazione di norme, è chiaro che raccolta delle firme referendarie non può essere fatta rientrare nel concetto di riunione.
Le norme che regolamentano le riunioni, si riferiscono esclusivamente alla volontaria compresenza di più persone nello stesso luogo per discutere, per assistere ad uno spettacolo o quant’altro. Pertanto non si ha una riunione quando non vi sia una volontaria compresenza di più persone nello stesso luogo. Un assembramento di più persone che fanno la fila per comprare un biglietto in un cinema non costituiscono una riunione perché sarebbero felicissime di essere sole e di comprare rapidamente un biglietto. Per la stessa ragione non si ha una riunione e cioè una volontaria di compresenza di più persone nello stesso luogo nell’ipotesi di più persone ferme in attesa dell’autobus.
Il che può ben ripetersi con riferimento alla raccolta delle firme per i referendum che così può essere descritta: un piccolo tavolo (di dimensioni non superiori al metro quadrato, per effetto delle norme sull’occupazione di suolo pubblico) vicino al quale siede un cancelliere del tribunale. Una persona si avvicina e firma. La firma viene autenticata. La persona si allontana, felice di potersene andare per i fatti suoi. Va aggiunto che solitamente, ma non sempre, al banchetto sono presenti anche dei volontari che, a richiesta, spiegano ai presenti le ragioni del referendum.
Deve comunque essere sottolineato che l’obbligo di preavviso non è stato ritenuto operante addirittura negli stessi luoghi pubblici quando il numero dei partecipanti non sia tale da poter pregiudicare i diritti dei terzi, e rappresentare motivo di allarme per la sicurezza pubblica (così A. Pace in Problematica delle libertà costituzionali, Cedam, Padova 1992, p.322). In tal senso alcune pronunce (Pret. Milano 23 marzo 1989, in Foro It. 1990 , II, coll. 218 ess).
b1) A tutto voler concedere, la Questura avrebbe dovuto fornire prescrizioni, piuttosto che vietare in assoluto la riunione (cosa che costituisce, come si è sopra visto una extrema ratio).
Nel caso di specie la richiesta era stata formulata per la presenza di cinque persone complessive, tuttavia ben avrebbe potuto la questura autorizzare solo una o due persone.
Si è sopra detto come la propaganda elettorale non sia proibita in assoluto, nemmeno nel giorno della votazione. Ciò che è sanzionata è la riunione di persone finalizzata alla propaganda (evidentemente per il suo potere di intimidazione).
Dunque non avrebbe dovuto essere vietata la compresenza di due persone, di cui una è un cancelliere. Sia perché non è concepibile che venga definita riunione la presenza di sole due persone, sia perché è evidente l’assenza di ogni possibile carattere intimidatorio di una simile presenza in luogo pubblico.
c) Sotto altro aspetto è chiaro che neppure in un’interpretazione estensiva della norma si può ritenere che la raccolta delle firme per un referendum che ha per oggetto un quesito in materia elettorale sia ‘propaganda elettorale indiretta’ relativamente ad un quesito che ha per oggetto le trivellazioni in mare.
La norma della legge 212 del 1956 aveva, evidentemente, ad oggetto la regolamentazione della campagna elettorale relativa alle elezioni in corso di svolgimento.
Solo rispetto a quelle elezioni poteva ipotizzarsi una sorta di coercizione morale, dovuta a notevoli masse di persone radunate in luoghi pubblici.
Deve, dunque, essere ammesso che altre forme di comunicazione democratica del pensiero si svolgano in contemporanea, laddove nessuna interferenza è ipotizzabile in astratto (il controllo in concreto è rimesso alla vigilanza ex post, e non ex ante) .
Si può menzionare l’autorevole parere formulato sul caso concreto dal Prof Alessandro Pace, (che si allega): “È bensì vero che l’art. 9 l. n. 212 del 1956 dispone, tra le altre cose, il divieto di riunioni di propaganda elettorale diretta o indiretta, in luoghi pubblici o aperti al pubblico, nel giorno precedente ed in quelli stabiliti per le elezioni, ma è altrettanto indubbio che la norma intende vietare le manifestazioni di vera e propria propaganda e per giunta, tra esse, soltanto quelle che possano turbare o alterare la votazione in corso, perché aventi ad oggetto temi coincidenti con quelli sottoposti a scrutinio elettorale.
Sicché, da un lato, l’utilizzo dei summenzionati spazi, per la raccolta delle firme per il referendum sull’Italicum, non è qualificabile come attività di propaganda, perché meramente strumentale all’esercizio, da parte della cittadinanza, del diritto-dovere di partecipare alla vita civile del Paese, contribuendo allo svolgimento di un fondamentale istituto di partecipazione popolare costituzionalmente previsto e garantito, quale è appunto quello del referendum ex art. 75, Cost.
Dall’altro lato, anche ammessa e non concessa l’infondata ed opposta tesi della natura propagandistica della raccolta firme per il referendum, è comunque dirimente, nella fattispecie, la diversità e la disomogeneità di oggetto tra la votazione del 17 aprile 2016, relativa alla nota questione delle trivellazioni petrolifere costiere, e la raccolta delle firme per il referendum relativo alle disposizioni del c.d. Italicum in merito alla quale codesto Comitato, nei suindicati giorni, intende raccogliere le firme.
Si noti che la legge n. 352 del 1970, che disciplina il ricorso alle consultazioni referendarie abrogative previste dall’art.75 Costituzione prevede che “Il deposito presso la cancelleria della Corte di cassazione di tutti i fogli contenenti le firme e dei certificati elettorali dei sottoscrittori deve essere effettuato entro tre mesi dalla data del timbro apposto sui fogli medesimi” (art. 28). I promotori non possono addurre alcuna ragione giustificativa di un ritardo legata alla proibizione della raccolta in alcuni giorni. Se dunque fosse ammissibile che, senza stringenti ragioni legate alla incolumità pubblica, fosse interdetta la suddetta raccolta delle sottoscrizioni, di fatto i promotori vedrebbero indebitamente decurtato il periodo utile alla raccolta stessa.
Peraltro, nel caso concreto, tale decurtazione sarebbe notevole. I promotori raccolgono le firme essenzialmente nei fine settimana. In primo luogo perché si tratta di volontari, impegnati nel loro lavoro, in secondo luogo perché i cancellieri possono solo nei giorni festivi, ed infine perché solo nei giorni festivi le persone hanno più tempo per fermarsi a firmare.
Ebbene, nel periodo utile, verrebbero meno ben tre fine settimana su nove disponibili (per effetto delle elezioni amministrative e del conseguente ballottaggio).

d) Occorre poi valutare la compatibilità delle norme nazionali con le nuove previsioni del diritto comunitario .
L’art. 12, par. 1, della Carta dei diritti dell’Unione europea prevede che “Ogni individuo ha diritto alla libertà di riunione pacifica e alla libertà di associazione a tutti i livelli, segnatamente in campo politico, sindacale e civico, il che implica il diritto di ogni individuo a fondare sindacati insieme con altri e di aderirvi per la difesa dei propri interessi”.
La Corte di giustizia delle Comunità europee ha sancito che anche la libertà di riunione fa parte di quei diritti che, secondo la sua costante giurisprudenza, sono oggetto di tutela nell’ordinamento giuridico comunitario (“La libertà di espressione e quella di riunione pacifica e di associazione, rispettivamente sancite, tra l’altro, dagli artt. 10 e 11 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, fanno parte dei diritti fondamentali che, secondo la costante giurisprudenza della Corte, peraltro riaffermata dal preambolo dell’Atto unico europeo e dall’art. F, n. 2, del Trattato sull’Unione europea (divenuto, in seguito a modifica, art. 6, n. 2, UE), sono oggetto di tutela nell’ordinamento giuridico comunitario”. CGCE, 8.7.1999, C-235/92, Montecatini s.p.a)
A tale proposito, in una importante e recente sentenza la Corte ha affermato che la tutela della libertà di riunione da parte di uno Stato membro può legittimamente comportare anche restrizioni degli scambi intracomunitari (il caso riguardava il blocco di una autostrada da parte dei manifestanti) e ciò proprio per il carattere di diritto fondamentale che deve riconoscersi a tale libertà e che giustifica la limitazione di obblighi imposti dal diritto comunitario, quale la libera circolazione delle merci (CGCE, 12.6.2003, C-112/00, Eugen Schmidberger, Internationale Transporte und Planzüge).
IN VIA SUBORDINATA- RISARCIMENTO DEL DANNO
E’ evidente che l’interesse del Comitato è meramente politico costituzionale. Tuttavia appare opportuno, per dirimere in via definitiva la questione, e nel denegato caso in cui non vengano concesse le misure cautelari richieste, formulare una richiesta di risarcimento del danno, di carattere simbolico. Si chiede quindi la condanna, laddove non possa essere effettuata la raccolta delle sottoscrizioni nei giorni richiesti, di 100 euro.
ISTANZA CAUTELARE- ISTANZA DI MISURE CAUTELARI PRESIDENZIALI INAUDITA ALTERA PARTE
Il fumus è nelle considerazioni che precedono.
Il danno sarebbe grave ed irreparabile. Infatti perdere due giorni (così rilevanti come sono il sabato e la domenica) per la raccolta firme, esporrebbe il comitato referendario al fallimento ed al mancato raggiungimento del numero di sottoscrizioni necessario. E, viste le finalità del comitato, del tutto inutile sarebbe un risarcimento del danno per equivalente. La compressione definitiva di diritti costituzionali è infatti irrisarcibile, in particolare quando si tratti di diritti politici.
P.T.M.
la ricorrente, in persona del legale rappresentante pro tempore, ut supra rappresentata e difesa, conclude chiedendo che l’Onorevole Tribunale Regionale Amministrativo adito voglia:
– in via cautelare, anche inaudita altera parte, disporre la sospensione dei provvedimenti impugnati;
– sempre in via cautelare, nella prima Camera di Consiglio utile, disporre la sospensione dell’esecuzione e dell’efficacia degli atti impugnati, nelle more della definizione del giudizio;
– nel merito, annullare gli atti impugnati, siccome illegittimi;
– in via alternativa e subordinata, condannare l’Amministrazione al risarcimento del danno per equivalente, nella misura che risulterà di giustizia nel corso del giudizio (e, comunque, non inferiore al 10% dell’importo offerto dalla ricorrente), secondo i criteri correntemente in uso.
Con vittoria di diritti, onorari e spese di lite.
Ai sensi e per gli effetti di cui agli artt. 9 e seguenti del D.P.R. 30.5.2002, n. 115, la ricorrente dichiara che il ricorso è esente vertendo in materia elettorale. Il numero di fax cui effettuare le comunicazioni è 0697615914.
Con riserva di motivi aggiunti.
Roma/ 13.04.2016
Avv. Pietro Adami

Vittoria al Tar del Lazio

REPUBBLICA ITALIANA
Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio
(Sezione Prima Ter)

Il Presidente
ha pronunciato il presente
DECRETO
sul ricorso numero di registro generale 4365 del 2016, proposto da:
Comitato Per il Si Nei Due Referendum Abrogativi Relativi Alla L 6/5/2015 N 52, rappresentato e difeso dall’avv. Pietro Adami, con domicilio eletto presso Pietro Adami in Roma, corso D’Italia, 97;
contro
Ministero dell’Interno, Questura di Roma;
per l’annullamento
previa sospensione dell’efficacia,
del provvedimento della Questura di Roma con cui è stato disposto il divieto della raccolta firme per i quesiti referendari proposti dalla ricorrente nei giorni 16 e 17 aprile 2016;

Visti il ricorso e i relativi allegati;
Vista l’istanza di misure cautelari monocratiche proposta dal ricorrente, ai sensi dell’art. 56 cod. proc. amm.;
Considerato che sussistono le ragioni di estrema gravità ed urgenza previste dall’art. 56 del c.p.a per la concessione della richiesta misura cautelare monocratica.

P.Q.M.
Accoglie la suindicata domanda cautelare.
Fissa per la trattazione collegiale la camera di consiglio del 17.5.2016.
Il presente decreto sarà eseguito dall’Amministrazione ed è depositato presso la Segreteria del Tribunale che provvederà a darne comunicazione alle parti.
Così deciso in Roma il giorno 15 aprile 2016.

Il Presidente
Germana Panzironi

DEPOSITATO IN SEGRETERIA
Il 15/04/2016
IL SEGRETARIO
(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

Importante vittoria del Comitato per il No all’ italicum

Il 15 aprile il TAR del Lazio ha sospeso con urgenza un incredibile provvedimento della Questura di Roma che imponeva di non raccogliere le firme contro l’italicum il 16 e 17 aprile. IL ricorso proposto dall’avv.Pietro Adami di Roma, membro del direttivo del Comitato e’ stato subito accolto cautelarmente, ricorrendo eccezionali ragioni di urgenza. La vicenda dimostra che gli ostacoli ai nostri referendum, anche pretestuosi e strumentali, sono tanti e che e’ necessario far valere sempre i.nostri diritti di cittadini.Ci sia da sprone per raggiungere gliobiettivi, 500mila firme e le vittorie referendarie. Per restaurare la Repubblica democratica parlamentare!